Contrariamente a quanto normalmente crede la maggior parte di noi, la memoria non invecchia come il resto del corpo. Certo si registra un certo declino con l'avanzare dell'età, ma non così grave da implicare problemi seri per la nostra vita, a patto però che si resti fisicamente ed emozionalmente sani. La maggior parte dei problemi legati alla perdita della memoria durante l'invecchiamento sono, infatti, dovuti all'inattività o alla mancanza di esercizio mentale. Come gli altri organi del corpo, il cervello si atrofizza se non viene usato. Molti studi in letteratura medica indicano nella continua stimolazione della nostra mente la chiave per mantenere vive le cellule cerebrali, per allontanare la perdita della memoria e forse anche per prevenire le forme di demenza senile.
A confermare questo corpus d'analisi arriva adesso un nuovo studio dei ricercatori della Mayo Clinic di Rochester, Minnesota, che hanno monitorato le abitudini di 197 soggetti compresi fra i 70 e gli 89 anni di età che lamentavano problemi a livello cognitivo o a cui era stato diagnosticato una perdita della memoria e di 1.124 soggetti della stessa età che invece non presentavano problemi di questo tipo. Ai partecipanti è stato chiesto di ricostruire una loro giornata tipo oggi e una loro giornata tipo di vent'anni prima, quanto avevano una età fra i 50 e i 65 anni.
I risultati hanno mostrato come i soggetti che avevano e hanno l'abitudine di leggere un libro ogni tanto, di usare il computer, di giocare o di praticare uno sport oppure di coltivare qualche hobby, come la ceramica o il cucito, hanno da un 30 a un 50 per cento di rischio in meno di sviluppare forme di perdita della memoria rispetto a coloro che non praticano nessuna di queste attività. Non solo, i soggetti che guardano la televisione per meno di sette ore al giorno hanno il 50 per cento di rischi in meno rispetto a coloro che passano più di sette ore davanti a uno schermo. Paradossalmente, però, se anche le ore passate davanti alla televisione sono poche, ma sono consecutive, il rischio di avere problemi di memoria torna a salire.
Inoltre, i soggetti che avevano l'abitudine di leggere usualmente riviste e di avere una vita sociale attiva durante la mezza età hanno un buon 40 per cento in meno di predisposizione ai problemi mnemonici rispetto ai loro pari età che non svolgevano queste pratiche. Al di là dello status e del contesto socio-culturale, ciascuno di noi può e deve mettersi sempre in gioco, sfidando se stesso, leggendo molto e prendendosi sempre cura dei propri affari, grandi o piccoli. Imparare un nuovo hobby, apprendere una lingua, scoprire dei nuovi giochi sono tutte cose che possono tenere in esercizio la mente. Gli scienziati, quasi tutti ormai, sono assolutamente convinti che queste attività mentali possono stimolare il nostro cervello e incrementare le nostre riserve cognitive e quindi le capacità del nostro cervello di superare o compensare gli squilibri causati da, eventuali, forme di demenza. In conclusione: usa la testa o finirai per perderla!
Fonte: HealthNews on-line (http://it.healthnews.com/salute-della-famiglia/invecchiamento)
Usa la testa o finirai per perderla.
Archiviare bene per ricordare meglio.
E' possibile aiutare la nostra memoria lavorando sul modo in cui archiviamo le informazioni.
Ecco un esempio: se chiedo a una persona "Il pomodoro è un attrezzo di cucina?" questa dovrà prestare attenzione al significato della parola -e quindi operare una codificazione semantica-, ma questa sua strategia non migliorerà il ricordo di quella parola quando a distanza di tempo gli chiederò se la parola "pomodoro" era nella lista che abbiamo scorso precedentemente. Se invece gli chiedo: "Il pomodoro è più molle di una prugna?" oppure "Hai mai fatto un sugo di pomodoro?" la memorizzazione è molto più efficace in quanto ho spinto quella persona a collocare un ricordo nell'ambito di un sistema di riferimento.
La codificazione elaborata non funziona perché "vogliamo" ricordare qualcosa, cioè siamo disposti a compiere uno sforzo, ma perché compiamo associazioni mentali e confrontiamo le nuove esperienze con quelle preesistenti. Uno studente che vuole migliorare la propria memoria di un argomento di scienze o di storia non ha successo se si limita a studiare e ripetere ma se interpreta ciò che deve ricordare: si pone domande, confronta, fa una scaletta delle sequenze logiche, inventa metafore, traccia analogie ecc.
Ricordare nuove informazioni comporta un vero e proprio lavoro attraverso cui inseriamo le novità nel contesto delle conoscenze esistenti e ristrutturiamo ciò che già conosciamo alla luce delle novità.
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Sinistro e destro: quale è l'emisfero della memoria?
I due emisferi cerebrali codificano diversi tipi di memorie: le informazioni e memorie di tipo semantico (verbali) vengono decodificate dall'emisfero temporale medio e dall'ippocampo sinistro mentre le memorie e informazioni visive e spaziali coinvolgono analoghe strutture dell'emisfero destro e parte della corteccia frontale.
Il riconoscimento acustico di suoni conosciuti e le memorie musicali coinvolgono invece soprattutto l'emisfero occipitale destro. Questo spiega perché nelle persone in cui si verifica un'amnesia totale debbano essere necessariamente danneggiate le strutture del lobo temporale mediale e dell'ippocampo dei due emisferi, mentre i casi più lievi possono dipendere da lesioni più circoscritte e da un lato solo del cervello.
La maggior parte delle persone (circa il 60%) sono dotate di una buona memoria visiva, le altre (circa il 40%) di una miglior memoria verbale. Le prime dipendono in maggiore misura dall'emisfero destro del cervello: esse sono quindi più capaci di visualizzare i volti umani, mentre le seconde sono più in grado di rappresentare e descrivere col linguaggio in quanto sono dominate da un maggior ruolo dell'emisfero sinistro, responsabile delle funzioni linguistiche. Gli esercizi di visualizzazione servono a potenziare le capacità dell'emisfero destro.
Basta lamentarsi. Studiando, si impara e si migliorano memoria ed efficienza ;- )
Oggi che la tecnologia mette a nostra disposizione memorie virtuali di ogni tipo (da quella del cellulare al personal computer fino agli itinerari stradali suggeriti dai navigatori gps), sembra diventato inutile usare la nostra di memoria. In realtà la memoria umana va sviluppata ed allenata, anche oggi che sembra superflua, perchè serve a rafforzare il cervello e a mantenersi giovani. La memoria è strettamente legata all’intelligenza ed alla creatività, ed il suo incremento consente di accedere più velocemente alle informazioni, e di effettuare un maggior numero di associazioni mentali.
La memoria è anche identità. Noi siamo ciò che ricordiamo: i luoghi, le persone, gli episodi e le emozioni vissute costituiscono la nostra esistenza. Per capire l’importanza del ricordare, basti pensare a chi soffre di Alzheimer e di qualsiasi altra malattia che distrugge la memoria. Perdono gradualmente anche la propria vita, i ricordi e l’identità personale.
Ma come si fa a mantenere sveglio il cervello e a sviluppare la facoltà di memorizzare dati? Ecco alcune curiosità e qualche stratagemma per rafforzare ed espandere la vostra memoria:
1) Come i bambini sono tenuti a memorizzare i tempi verbali e le tabelline a scuola, così anche gli adulti possono lavorare con parole e numeri per sviluppare la memorizzazione. Ecco un esercizio semplice da fare: scrivete su un foglio una serie di numeri scelti a caso, partendo con una serie da cinque cifre ed arrivando gradualmente a nove. Ripetete senza guardare la serie scritta al ritmo di un numero al secondo, fin quando non sarete in grado di ripetere senza errori tutte e nove le cifre. Passate poi a serie di dieci numeri, undici numeri e così via, fin quando non raggiungete il vostro limite personale di capacità di memoria.
Ripetete poi gli stessi numeri, ma questa volta al contrario. L’esercizio dovrà poi essere ripetuto utilizzando parole, piuttosto che numeri.
2) Scrivete su un foglio quattro parole e dedicatevi ad altre attività per 5 minuti, al termine dei quali verificherete se ricordate le parole scritte. Aumentate gradualmente il tempo di intervallo a 10 minuti, poi ad un quarto d’ora fino ad arrivare a mezzora di pausa. Aumentate gradualmente l’elenco di parole da 4 a 10.
Altro esercizio consiste nel guardare un programma televisivo e verificare poi quante scene riuscite a riascoltare nella vostra mente.
3) Fate molti giochi che stimolino il cervello e la logica, ma non fissatevi sempre sullo stesso. Così come in palestra non si usano sempre gli stessi attrezzi così bisogna allenare la memoria con strumenti diversi. Sudoku, cruciverba, griglie logiche, rebus, anagrammi, enigmi, sono validi stimolatori della memoria, basta alternarli e non fissarsi solo su un gioco preciso.
Fonte: http://www.medicinalive.com/psicologia-e-medicina-della-mente/
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Perdita di memoria e demenza: sono la stessa cosa?
La malattia di Alzheimer rappresenta circa il 65% di tutti casi di demenza, che possono derivare anche da lesioni vascolari cerebrali (demenza vascolare e mista) e da specifiche malattie neurologiche, quali la demenza frontotemporale, la paralisi sopranucleare progressiva, la corea di Huntington, la degenerazione cortico-basale, la malattia con corpi di Lewy, la Parkinson-demenza, oltre che da altre svariate forme di demenza secondaria potenzialmente regredibili con la cura dell'affezione di base.
L'Alzheimer Association degli USA ha pubblicato un elenco dei principali sintomi premonitori della malattia (fase d'esordio) per aiutare i familiari a riconoscere la forma morbosa al suo stadio iniziale e, quindi, a potersi rivolgere per tempo al medico curante ( e per suo tramite alle unità specialistiche) con il vantaggio di contrastare fin dall'inizio il decorso della demenza con i vari tipi d'intervento e di supporto psicologico che oggi conosciamo.
Uno dei disturbi più frequenti in questa fase (e nelle successive) è rappresentato dalla perdita di memoria, che si presenta in modo più grave di quanto si possa osservare nelle persone sane, e da una certa difficoltà anche nello svolgere le più comuni attività della vita quotidiana. Il malato può andare incontro inoltre ( in tempi susseguenti ) a problemi di linguaggio ed essere spesso disorientato nel tempo e nello spazio, al punto da non ricordare il giorno della settimana e da non essere in grado, talvolta, di ritrovare la propria abitazione, dopo essere uscito di casa. Finisce poi col presentare inoltre difficoltà nel pensiero astratto e perde quindi la capacità di eseguire un calcolo aritmetico, colloca in modo inappropriato gli oggetti di casa e va soggetto a cambiamenti dell'umore e del comportamento, mostra una personalità che propende a modificarsi in modo molto evidente e denota in particolare una notevole mancanza d'iniziativa per il proprio lavoro, l'attività domestica e gli obblighi sociali. Il soggetto tende ad essere passivo, apatico ed evidenzia spesso segni di depressione.
La diagnosi della malattia di Alzheimer può essere quindi presunta, già in una fase iniziale, sulla base dell'anamnesi raccolta con l'aiuto di familiari e conoscenti, vale a dire l'unica fonte possibile d'informazioni che ci permette di ricuperare dati sul deficit cognitivo e sulla gravità del declino funzionale riguardanti il paziente.
Negli stadi seguenti e, in particolare, nella fase intermedia di malattia, che si manifesta di solito dopo 2-3 anni dall'esordio dei primi sintomi, il livello di attività si riduce progressivamente e, di conseguenza, aumenta necessariamente la richiesta di assistenza.
In questa fase peggiora ulteriormente la memoria recente, ma si deteriora anche la capacità di rievocare gli avvenimenti più lontani della vita, facoltà questa che all'inizio si era mantenuta integra. Scade anche il ragionamento e la capacità di comprensione, fino a che il paziente non risulta più in grado nemmeno di leggere e scrivere. Il malato è maggiormente disorientato nel tempo e nello spazio e non è più in condizione, come si è detto, di uscire di casa senza accompagnamento. A differenza della fase iniziale ora diventa spesso ansioso, aggressivo ed irritabile, sino ad arrivare a stati di grave agitazione e finanche alla aggressività fisica.
Possono manifestarsi in esso anche credenze immaginarie di tipo delirante, come ad esempio la convinzione che gli siano stati rubati oggetti di valore o che stia per essere segregato ed abbandonato. Possono essere abituali pure le errate identificazioni dei familiari, spesso scambiati per estranei e lestofanti. Questa fase intermedia può avere una durata variabile che può prolungarsi dai 3 ai 10 anni.
Nella terza fase di malattia, quella più avanzata, il malato diventa sempre più subalterno ed i sintomi dominanti, ai quali ovviamente non può essere essere attribuito il valore diagnostico di quelli premonitori dello stadio iniziale, sono ormai talmente progrediti da comprendere la perdita del linguaggio e della memoria, le allucinazioni e i disturbi gravi del comportamento, la difficoltà a deambulare e l'allettamento conseguente.
E' evidente che una diagnosi precoce della malattia permette sia l'inizio di un puntuale trattamento con i farmaci che si dimostrano attivi soprattutto nelle fasi iniziali ( Sherwin BB. Mild cognitive impairment: potential pharmacological treatment options. J Am Geriatr Soc 48: 431- 441, 2000 ), sia di ottenere, nel contempo, risultati sicuramente positivi, con interventi riabilitativi sul paziente, che si traducono generalmente in ripercussioni favorevoli anche a vantaggio del caregiver.
Memoria e menopausa.
La memoria e l’apprendimento subiscono un colpo durante la menopausa, ma il deficit spesso è solo temporaneo. E' quanto emerge da una nuova ricerca, pubblicata su Neurology, che rivela come la capacità di apprendimento ritorni all'inizio della post-menopausa.
La ricerca si è basata sull’osservazione della velocità di elaborazione, memoria verbale e memoria funzionale in 2.362 donne tra i 45 e 57 anni, seguite per più di quattro anni. Le valutazioni sono state effettuate nel corso delle quattro fasi di transizione: premenopausa (periodi mestruali normali); prima perimenopausa (alcune irregolarità, ma che non durano a lungo); tarda perimenopausa (mancanza del ciclo per 3-11 mesi); postmenopausa (senza il ciclo per un anno).
E' emerso che le donne tra il periodo iniziale di premenopausa e durante l’immediato ingresso in menopausa fornivano prestazioni cognitive diverse dal periodo dell’intera menopausa. Ma sorprendetemente il funzionamento cognitivo in realtà non subiva un declino in ogni gruppo. In realtà anzi, migliorava in tutti i gruppi. Ma le donne in tarda perimenopausa dimostravano meno velocità di elaborazione rispetto alle donne negli altri tre fasi.
Fonte: [Health24]
Una fonte di energia per la memoria.
Quando non ricordiamo qualcosa, è facile cadere nella tentazione di considerare il nostro cervello un po’ come un telefonino scarico.
E se fosse possibile ricaricarlo, come si fa con una batteria o una pila?
Sembra proprio che quella che sembra un’utopia di ere virtuali sia invece destinata a diventare realtà. Potremo ridare vita e linfa al nostro cervello, migliorando le capacità cognitive e di memoria con delle piccole e semplici scosse elettriche, opportunamente calibrate.
Si tratta di una nuova tecnica messa a punto da Alberto Priori direttore del Centro di ricerca per le neuronanotecnologie e la neurostimolazione dell’Irccs Ospedale Maggiore Policlinico, Mangiagalli e Regina Elena di Milano. Stimolare attraverso la cute il cervello con piccole scosse elettriche servirebbe a potenziare la memoria e le capacità di reazione cerebrali.
Fonte: riportato integralmente da http://www.medicinalive.com/medicina-tradizionale/
nuove-frontiere/ricaricare-il-cervello-come-fosse-un-telefonino/
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Il cambiamento attiva la memoria.
La vita abitudinaria tende a impigrire le capacità mentali. Le novità stimolano la nostra mente e ravvivano il nostro spirito. Il professor Lawrence C. Katz – psicologo cognitivo americano e grande esperto di memoria – consiglia di apportare frequenti e continui cambiamenti alla propria vita: modificare la disposizione dei mobili in casa, seguire un tragitto diverso per recarsi al lavoro, indossare l’orologio sull’altro polso, fare dei viaggi o visitare posti nuovi.
Variare le proprio abitudini amplia il repertorio dei possibili percorsi e aumenta l’estensione e le connessioni interne della nostra rete neuronale. Questo rappresenta una condizione utile per una maggiore capacità di associazione, per una creatività vivace e una maggiore flessibilità nel modo di pensare.
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La memoria delle mamme è tutta per il bebè!
La gravidanza non rende le donne smemorate: il mito che il cervello delle signore in gravidanza subisca una perdita di colpi è stato sfatato da uno studio condotto dai ricercatori dell`Australian National University guidati da Helen Christensen. La ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati sul British Journal of Psychiatry, è stata condotta su 1.241 donne di età compresa tra i 20 e i 24 anni: e dai risultati non sono emersi cambiamenti significativi nella memoria e nell`agilità mentale delle donne in dolce attesa.
Gli scienziati hanno scoperto che la memoria delle donne non subisce deficit durante la gravidanza: "Il problema è che i manuali di gravidanza affermano che le donne possono andare incontro a problemi di memoria e di concentrazione - spiega Christensen -. Per questo le donne e i loro partner sono pronti ad attribuire alla gestazione ogni piccola dimenticanza".
Quello che capita, in realtà, "è che le donne incinte spostano la loro attenzione dalle questioni di lavoro a quelle che riguardano la gravidanza e la nascita del bimbo, e può capitare che quindi si `distraggano` rispetto alle mansioni lavorative e ordinarie - conclude Christensen -. Tuttavia, questo spostamento del focus attenzionale è adattivo, e certamente non può essere etichettato come `deficit cognitivo` come è stato fatto finora".
Fonte: Il Sole 24 ore
La ricerca: The British Journal of Psychiatry (2010) 196: 126-132. doi: 10.1192/bjp.bp.109.068635
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Droga e memoria: pessima accoppiata.
Problemi di memoria legati all'uso frequente di ketamina. A svelare gli effetti del consumo massiccio di questa sostanza - ribattezzata 'Special K' e nata come anestetico, capace di indurre allucinazioni ed esperienze 'extra-corporee' - usata in occasione di party, rave o feste in discoteca, sono i ricercatori dell'University College di Londra (GB). L'equipe ha condotto una serie di test di memoria e psicologici su 120 persone, scoprendo che chi prende spesso ketamina fatica a ricordare nomi, conversazioni e altri dettagli.
Precedenti studi avevano dimostrato che la sostanza può causare problemi ai reni e alla vescica. Ora, come si legge su Addiction, i ricercatori hanno scoperto che chi fa uso frequente di ketamina totalizza punteggi significativamente peggiori nei test di memoria, facendo anche il doppio degli errori rispetto agli altri. E la performance cala ancora a distanza di un anno. Non solo, sembra che in generale tutte le persone che assumono ketamina abbiano credenze insolite, ad esempio tendano a sviluppare teorie di complotti. "L'uso di ketamina è cresciuto più rapidamente rispetto ad altre droghe in Gran Bretagna, in particolare fra i giovani, e questa sostanza - sottolinea Celia Morgan, responsabile della ricerca - è diventata una 'club drug' di tendenza. Molti dei giovani che ne fanno uso, però, non si rendono conto degli effetti dannosi e del fatto che può creare dipendenza. Dobbiamo assicurarci - dice alla Bbc online - che questi consumatori siano informati delle conseguenze potenzialmente negative di un pesante uso della ketamina".
Articolo tratto da ADNKronos Salute online.
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Ridi che (non) ti passa!
Ridere è un antidoto semplice e alla portata di tutti per rinforzare la memoria... e non solo. L'allegria, infatti, fa affluire più sangue al cervello, acuisce i sensi, stimola la creatività e aumenta le possibilità di acquisire nuove informazioni.
Se volete ricordare qualcosa (una lista di cose da fare oppure un discorso o la pagina di un libro) provate a fare ogni mezz'ora una pausa e in quei momenti dedicatevi a qualcosa che vi fa sorridere: una vignetta, una barzelletta, una smorfia da fare davanti allo specchio.
Sembra che il sorriso sia ancora più efficace, sulla memoria, se è condiviso: la creatività e l'allegria riaccendono il cervello e lo ricaricano, rendendo più probabile e facile l'apprendimento e la memorizzazione.
Da non sottovalutare, infine, il potere del sorriso contro la depressione (uno stato mentale che davvero non è amico della memoria). Una raccolta di fumetti, racconti umoristici, video divertenti possono essere un vero toccasana per un umore depresso. E, come hanno dimostrato numerosi studi, se l'umore migliora, aumenta anche la nostra memoria.
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Depressione e memoria.
Le emozioni possono "canalizzare" le memorie, nel senso che non soltanto le rendono più o meno forti e pervasive ma anche che ne sottolineano alcuni aspetti, non necessariamente i più obiettivi e rilevanti. Le emozioni, inoltre, danno una particolare coloritura ai ricordi facendo sì che essi abbiano un aspetto prevalentemente positivo, come avviene nelle persone ottimiste, oppure negativo, come invece avviene nei depressi: questi ultimi, se devono memorizzare una lista di parole, ricordano di più quelle dotate di una valenza negativa (infelicità, tristezza, incidente ecc.) rispetto a quelle con valenza positiva (sorriso, gioia, vincita al gioco ecc.).
La situazione è invece opposta nel caso degli ottimisti.
Dimmi chi erano i Beatles e cosa ti ricordano...
Quale è il potere della musica sulla memoria e come avviene il richiamo di ricordi (musicali) piacevoli da parte del nostro cervello? Sta cercando di capirlo un gruppo di ricercatori dell'università britannica di Leeds in uno studio che coinvolgerà quasi settanta diverse nazioni e che utilizzerà anche la rete per raccogliere opinioni e testimonianze. Chi vuole collaborare a questa grande ricerca, infatti, può collegarsi al sito www.magicalmisterytour.com e scrivere quali sono le proprie memorie legate a... i Beatles. Saranno infatti i quattro favolosi quattro di Liverpool, o meglio la loro musica, a rappresentare il fil-rouge della ricerca. Non a caso: da Imagine a All we need is love, le canzoni dei Beatles sono associate a memorie autobiografiche (personali) fortemente connotative nella storia di molti di noi.
"Sarà il primo vero studio in grado di documentare gli effetti della musica nel richiamare i ricordi sepolti dal passato" sostiene la psicologa cognitiva Catriona Morrison, che coordina la ricerca. I primi risultati hanno già evidenziato che "le canzoni si legano quasi sempre a eventi positivi. In alcuni casi bastano poche note per richiamare immagini, odori e sensazioni "in maniera molto vivida". Un effetto che supera i confini dell'età, visto che il meccanismo acchiappa-ricordi è stato osservato sia in ragazzi di 17 anni che in anziani di quasi 90 primavere. Non solo: la musica produce lo stesso risultato sia negli uomini che nelle donne. "Finora - ha ricordato Morrison - si dava per assodato che le difficoltà nel ricordare un evento fossero frutto di un difetto di immagazzinamento del ricordo stesso, messo al 'posto sbagliato'.
Ma già dai dati preliminari della ricerca in corso possiamo confutare questa spiegazione. La capacità della musica di evocare fatti e sensazioni anche molto lontani - aggiunge - fa invece pensare che dietro ai difetti della memoria ci sia un cortocircuito nel meccanismo di ripescaggio". Uno dei misteri da risolvere è capire perché certe canzoni siano maggiormente in grado di far tornare indietro nel tempo le lancette della nostra vita.
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La gingko biloba non protegge dalla demenza.
La gingko biloba, purtroppo, non rappresenta un fattore di protezione contro il rischio di demenza. La ricerca pubblicata su Neurology, (l’organo ufficiale dell’Accademia Americana di Neurologia) è stata condotta, per tre anni, da un gruppo di ricerca del dipartimento di salute pubblica e dal centro di ricerca per l’Healthy Aging dell’Oregon State University, capitanato da Hiroko Dodge.
Il campione di studio era composto da 118 anziani ultraottantacinqueenni senza problemi di memoria: alla metà di loro sono state somministrate, ogni giorno, tre pastiglie di estratto di ginkgo biloba, mentre all’altra metà del campione un placebo (pastiglie senza alcun principio attivo). Al termine della ricerca i dati non hanno riscontrato alcuna correlazione significativa tra l’assunzione di gingko e una riduzione del rischio di patologie invalidanti la memoria (mild cognitive impairment o demenza). Al contrario, è stata riscontrata una maggiore incidenza di problemi circolatori (lievi attacchi ischemici) nel gruppo che ha assunto gingko biloba.
Questo studio – come ha sottolineato il dott. Dodge –richiede comunque di essere allargato ed approfondito per una ulteriore conferma dei risultati.
Fonte: American Academy of Neurology (2008, March 1). Does Gingko Biloba Affect Memory?
Fonte: ScienceDaily. Does Gingko Biloba Affect Memory? March 7, 2008,
Fonte: Neurology (online issue, February 27, 2008)
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Aiutiamo la nostra memoria ;-)
I problemi di memoria non sono solo prerogativa dei tempi di oggi. Nodo del fazzoletto ed espedienti vari hanno accompagnato difficoltà di memoria anche dei nostri antenati. Aiutarsi supportandosi con dispositivi esterni è un modo intelligente ed efficace per migliorare le prestazioni della propria memoria.
Alcuni ricercatori che si sono specializzati in questo tipo di soluzioni sono prodighi di consigli. Se la notte vi capita di svegliarvi con un pensiero che non volete dimenticare ma non avete voglia di svegliarvi, accendere la luce e trascrivere l’idea, potete spostare la vostra fede nuziale dall’anulare ad un altro dito oppure prendere il libro che avete sul comodino e buttarlo a terra. Al mattino, questo elemento fuori posto sarà come un campanello per la vostra memoria.
Se dovete ricordare qualcosa (un appuntamento, di prendere una pillola, di fare una commissione), potete utilizzare il vostro cellulare con un messaggio o con uno squillo ad un orario predefinito, potete mandarvi una mail o distribuire nella vostra casa qualche sveglia pronta a trillare all’ora predefinita. In alternativa, potete distribuire post it o promemoria in vari posti della casa (lo specchio del bagno, il guanciale, il frigorifero, le chiavi di casa).
Il principio è semplice: inutile affaticare la mente con qualcosa che potete più efficacemente ricordare utilizzando gli ormai numerosi strumenti a vostra disposizione.
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Il triste caso di Karen Ann Quinlan
Siamo nell’aprile del 1975, nel New Jersey. Una giovane donna, Karen Ann Quinlan, assume una dose di valium (un tranquillante) e di Darvon (un antidolorifico). Come è usanza piuttosto comune negli Stati Uniti, prima di mangiare, per calmare il nervosismo e staccarsi dalla tensione della giornata, beve un gin and tonic. Un errore, apparentemente banale, che le costerà caro: entra in un coma che durerà dieci anni e che si conclude con la morte, per infezioni multiple.
L’autopsia che verrà fatta sul suo corpo consentirà di capire il motivo del decesso: il cervello era in gran parte intatto, con l’eccezione di una piccola area, il talamo,
che sembrava fosse stato bruciato con il laser. Non si sa ancora oggi perché quel centro avesse subito il deterioramento. Si sa però che il talamo e la sua asportazione provocano di per sé la morte cerebrale o meglio la morte della mente. Il talamo è una specie di centrale di collegamento attraverso la quale tutte le informazioni sensoriali, a parte l’olfatto, sono trasmesse alla corteccia cerebrale e alla mente conscia. Se il talamo è silente, la corteccia e tutto il cervello sono pronti per accendersi, ma è come se mancasse l’interruttore. Tutto spento, in attesa di un via che non può arrivare.
Perché dimentichiamo le chiavi ma non come andare in bicicletta?
La conoscenza che riguarda il fare, come appunto l'andare in bicicletta o il guidare l'automobile, appartiene alla cosiddetta memoria procedurale che, a differenza della memoria dichiarativa (ciò che sappiamo di sapere, es. quale è la capitale della Francia? Quanto fa 2+3?), è ben difficile tradurre in termini linguistici: potreste mai apprendere in astratto a guidare la bicicletta o l'auto? E' possibile tradurre in parole l'esperienza del nuoto?
La memoria procedurale è coinvolta nelle abitudini, nei condizionamenti, nelle memorie di tipo motorio; la memoria semantica è invece di tipo cognitivo, esprime significati ed è generalmente collegata a un codice astratto di tipo linguistico. La memoria procedurale è antica in termini di evoluzione (cioè si presenta a partire da organismi primitivi come le lumache e altri invertebrati) ed è la prima forma di memoria che compare nel corso dello sviluppo umano, tant'è che è presente anche nel feto. Al contrario, la memoria di tipo semantico rappresenta una tappa tardiva dell'evoluzione (compare soltanto a partire dai mammiferi superiori) e si sviluppa più tardi rispetto a quella procedurale nel corso dell'infanzia. La memoria tipo associativo-procedurale dura sino alla tarda età ed è l'ultima ad essere colpita dalle malattie degenerative del cervello che si presentano nella vecchiaia.
Mentre la memoria semantica o dichiarativa, che dipende dal buon funzionamento della corteccia cerebrale, può andare incontro a deficit anche gravi nel corso della terza età.
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La prodigiosa memoria dei delfini.
Sin dall’antichità l’uomo è stato attratto dai delfini. La loro intelligenza, la capacità di nuotare a grandi profondità, la mancanza di fattori coagulanti nel sangue e la loro memoria hanno interessato studiosi e ricercatori di tutti i paesi.
I delfini hanno una straordinaria capacità e velocità di apprendimento e una memoria a lungo termine davvero impressionante. Non si limitano ad imitare pedissequamente e meccanicamente i movimenti che vengono mostrati loro dagli addestratori, per esempio, ma sanno combinare i movimenti, la voce e le intenzioni dell’essere umano per capire che cosa si aspetta che loro facciano.
Il cervello dei delfini ha dimensioni imponenti: un animale che pesa 120 kg ha un cervello di ca 1.7 kg (l’analogo umano avrebbe un encefalo di ca 1.4 kg, ma si noti che le balene hanno di norma cervelli ben superiori, di ca 5-8 kg!) Il cervello dei delfini presenta grandi emisferi e circonvoluzioni molto estese sulla corteccia. Per gli scienziati, le condizioni che hanno favorito questo sviluppo del cervello sono da rintracciarsi nella necessità e capacità del delfino di muoversi in tutte le direzioni (ha richiesto uno sviluppo della corteccia motoria), nel movimento molto veloce (sviluppa la corteccia sensoriale), nell’apparato acustico particolarmente sviluppato (corteccia acustica) e nel tipo di vita fortemente gregario di quest’animale, che ha altresì favorito la formazione di una “cultura” e la trasmissione delle esperienze individuali. Recentemente gli scienziati hanno scoperto che i delfini hanno sviluppato internamente delle forme di linguaggi "dialettali" che identificano le varie “popolazioni” e le differenziano le une dalle altre.
Da sempre circolano leggende “metropolitane” sull’intelligenza e la disponibilità dei delfini rispetto agli esseri umani. Ci sono persone che sono state salvate da attacchi di squali grazie all’intervento dei delfini, altre che sono state accompagnate a riva sul dorso di delfini. In molti posti, ci sono avvistamenti di delfini che sembrano ritornare regolarmente, anno dopo anno, negli stessi posti, addirittura per decenni.
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Cosa fare per non perdere i ricordi e il controllo.
E' vero che, invecchiando, dobbiamo rinunciare alla memoria? O è un problema che riguarda solo gli anziani che vanno incontro a patologie degenerative?
I punti da tenere presenti sono tre, uno soltanto dei quali riguarda direttamente la memoria: il primo concerne lo stato di benessere cerebrale, che dipende in gran parte dalla ossigenazione del tessuto nervoso. Una moderata attività fisica è necessaria ad ogni età e, soprattutto negli anziani, contribuisce a una buona irrorazione del cervello e, di conseguenza, a una buona memoria. Non esistono infatti -purtroppo- farmaci della memoria; la memoria dipende anzitutto dall'efficienza del cervello e quindi dallo stato dei vasi che lo irrorano meno grassi nella dieta e maggiore attività fisica sono già un buon punto di partenza, mentre nelle persone non più giovani interventi più radicali per contrastare danni ai vasi sanguigni richiedono una terapia medica.
Il secondo punto è già un po' più specifico e riguarda la propria capacità di "ridurre" l'attività del cervello in modo da consentire una migliore concentrazione, com'è utile ai ragazzi che studiano e si preparano agli esami. Chiunque può aumentare la propria concentrazione "tagliando" quegli stimoli, esterni o interni che si traducono in una maggior eccitazione nervosa. Ad esempio, gran parte dei problemi di memoria dipendono spesso nei giovani da problemi emotivi: poter controllare le proprie emozioni, risolvere le situazioni stressanti, imparare a prestare attenzione, significa tagliare fuori dal cervello fattori di disturbo che deconcentrano.
L'ultimo punto è più specifico: se non volete praticare il metodo dei loci, che indubbiamente migliora le prestazioni mnemoniche, aiutate il processo di memorizzazione fissando i concetti chiave attraverso appunti, schemi, o visualizzando alcuni punti, concreti o astratti, per mezzo di immagini visive: queste servono da "battute d'entrata" e, con l'abitudine, rappresentano validi suggerimenti per richiamare alla mente o recuperare memorie. Le immagini visive vengono memorizzate in modo molto valido nelle stesse aree della corteccia con cui percepiamo il mondo visivo. Esse ci appaiono quindi molto vicine alla realtà, estremamente verosimili e, per questo motivo, ancorano in modo potente quei concetti che associamo loro.
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Progettare il futuro richiede memoria.
Questo post è dedicato a chi ritiene che la memoria sia solo un contenitore di passato e la grande nemica del futuro. Non è così. Tra le tante divisioni e specificazione che in questi anni stiamo facendo sul sistema di memorie, ce n’è una interessante che riguarda la memoria retrospettiva e quella prospettica.
La memoria retrospettiva è, come dice la parola, quella che riguarda il passato. Quando questa memoria fa cilecca, smarriamo il nome di un conoscente, l’anno in cui è crollato il muro di Berlino o l’autore dello Zibaldone. Accanto a questa, c’è un’altra memoria, quella prospettica, che riguarda il presente e soprattutto il futuro. Se è questa a farci lo sgambetto, noi dimentichiamo un appuntamento che avevamo fissato, oppure una consegna da fare, o un messaggio da riferire. È il caso di dire, che questa memoria può influenzare parecchio l’idea che noi abbiamo di noi stessi (la nostra autostima) e anche quella degli altri su di noi!
La memoria prospettica è stata studiata accuratamente da Gilles Einstein e da Marc McDaniel, che hanno proposto di suddividerla in due dimensioni: quella basata sull’evento e quella basata sul momento. La memoria prospettica basata sul momento è quella che ci dovrebbe ricordare, alle 18, di andare a prendere la bimba a scuola, oppure di prendere una medicina, o ancora di fare un pagamento in banca. La memoria basata sull’evento, per contro, è quella che si appoggia al compimento di un evento per poter entrare in gioco: per intenderci, quando al telefono qualcuno vi dà un messaggio da riferire a vostra madre, voi “dovete aspettare” il rientro di vostra madre per potervi “liberare” dalla consegna.
Diverse sono le ragioni per cui la memoria prospettica può non funzionare. Nel caso di memoria basata sull’evento, il rischio più comune è che l’evento non capiti (nella fattispecie: se la vostra mamma non rientra e voi ve ne andate di casa) oppure che voi siate così impegnati, stressati e presi da quello che state facendo, che il rientro di vostra madre non accende alcuna lampadina (o tutt’al più ne accende una, ma non ne ricordate il motivo). Nel caso della memoria basata sul momento, il rischio è di non accorgersi del tempo che passa e del non avere nulla che ci ricordi la cosa da fare. Questo secondo caso è quello più comune e diventa più grave con l’invecchiamento. Le risorse cognitive tendenzialmente si abbassano e se non le attiviamo esplicitamente, i piccoli promemoria interni suonano con tonalità sempre più fievole ed improbabile da sentire.
Quali rimedi? Einstein e McDaniel ne suggeriscono pragmaticamente due. Per la memoria legata al momento, usiamo tutti i promemoria “esterni” utili e possibili: sveglie, post-it, agende, eccetera. Utilizziamoli però in maniera intelligente (mettiamoli dove sappiamo che li guarderemo: per esempio sullo specchio del bagno o alla porta d’uscita) e completa (non limitiamo a scarabocchi privi di senso: il promemoria deve essere completo e ricordare cosa, dove e quando). Risparmieremo in questo modo un sacco di risorse cognitive, credeteci! Altro trucco importante, soprattutto per la memoria basata sull’evento: creiamoci indizi strani. Più questi sono strani, più li ricordiamo: se dobbiamo dare un messaggio ad un collega da parte di un terzo, immaginiamoci il nostro collega con la testa immersa nella torta oppure i nostri due colleghi impegnati in un tango vestiti da improbabili drag queen.
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François, Jacob, Il topo, la mosca e l’uomo (1998)
