Ridere è un antidoto semplice e alla portata di tutti per rinforzare la memoria... e non solo. L'allegria, infatti, fa affluire più sangue al cervello, acuisce i sensi, stimola la creatività e aumenta le possibilità di acquisire nuove informazioni.
Se volete ricordare qualcosa (una lista di cose da fare oppure un discorso o la pagina di un libro) provate a fare ogni mezz'ora una pausa e in quei momenti dedicatevi a qualcosa che vi fa sorridere: una vignetta, una barzelletta, una smorfia da fare davanti allo specchio.
Sembra che il sorriso sia ancora più efficace, sulla memoria, se è condiviso: la creatività e l'allegria riaccendono il cervello e lo ricaricano, rendendo più probabile e facile l'apprendimento e la memorizzazione.
Da non sottovalutare, infine, il potere del sorriso contro la depressione (uno stato mentale che davvero non è amico della memoria). Una raccolta di fumetti, racconti umoristici, video divertenti possono essere un vero toccasana per un umore depresso. E, come hanno dimostrato numerosi studi, se l'umore migliora, aumenta anche la nostra memoria.
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Ridi che (non) ti passa!
Depressione e memoria.
Le emozioni possono "canalizzare" le memorie, nel senso che non soltanto le rendono più o meno forti e pervasive ma anche che ne sottolineano alcuni aspetti, non necessariamente i più obiettivi e rilevanti. Le emozioni, inoltre, danno una particolare coloritura ai ricordi facendo sì che essi abbiano un aspetto prevalentemente positivo, come avviene nelle persone ottimiste, oppure negativo, come invece avviene nei depressi: questi ultimi, se devono memorizzare una lista di parole, ricordano di più quelle dotate di una valenza negativa (infelicità, tristezza, incidente ecc.) rispetto a quelle con valenza positiva (sorriso, gioia, vincita al gioco ecc.).
La situazione è invece opposta nel caso degli ottimisti.
La memoria visiva e come funziona.
Gli psicologi hanno studiato i legami che esistono tra percezioni visive, immagini visive e memoria partendo da un fenomeno a tutti ben noto, quello della persona "nota ma sconosciuta". Immaginate per un momento di trovarvi in un aeroporto o in una stazione o semplicemente per strada: in mezzo alla folla individuate il viso di una persona che vi è nota ma che non riuscite ad identificare. Sapete di conoscerla ma vi sfugge chi sia. E' una conoscenza casuale, una persona incontrata anni addietro, un negoziante, uno dei tanti personaggi minori della televisione? La vostra mente si trova in una situazione conflittuale: ha identificato nel suo archivio un volto noto, ha cioè rintracciato una memoria, ma non sa a chi esso corrisponda, non sa attribuirle un nome o una collocazione.
Questa dissociazione tra il riconoscere e il ricordare dipende dalla maggior sensibilità del nostro cervello ai messaggi visivi che possono lasciarvi stabili tracce, anche senza dar luogo alla pienezza del ricordo, senza implicare la capacità di riconoscere quanto è noto. Eppure, malgrado questa incapacità di riconoscere quel volto, prestiamo fede alla nostra vista e riteniamo che il ricordo visivo sia veritiero, che ci parli di una reale memoria. La memoria dei sensi ha la meglio sulla capacità della mente di arrivare a riconoscere e contestualizzare il ricordo. Infatti gli stimoli visivi che vengono colti dai nostri occhi e inviati alla corteccia visiva (la parte del cervello che corrisponde all'occipite che li decodifica e traduce in immagini della realtà) hanno una presa notevole sulla nostra mente. Essi ci dicono che ciò che vediamo è un evento "vero", un'esperienza del mondo reale cui dobbiamo prestare fede perché ne siamo stati testimoni in diretta: come San Tommaso crediamo a ciò che vediamo, tocchiamo, gustiamo, odoriamo.
Percezioni visive e immagini mentali si verificano nelle stesse aree della corteccia cerebral:e la stessa corteccia occipitale che percepisce la realtà visiva produce immagini mentali, una sorta di fotogramma della realtà che ne fissa alcuni aspetti cui prestiamo attenzione. La differenza tra l'immagine che percepiamo e la relativa immagine visiva dipende dai meccanismi di filtro del nostro cervello che presta attenzione ad alcuni aspetti di una scena, trascurandone altri o rielaborandoli sulla base di precedenti esperienze. Ma il fatto che anche le immagini visive siano prodotte e depositate nella stessa parte del cervello che decodifica gli stimoli visivi dà loro notevole potere, tant'è che gran parte della dimensione soggettiva delle nostre memorie corrisponde ad immagini visive. Se poi attraverso le nostre fantasticherie o attraverso le immagini che provengono dai media vengono "create" false immagini mentali, queste possono assurgere al rango di memorie e farci ritenere che la fantasia corrisponda alla realtà.
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Dimmi chi erano i Beatles e cosa ti ricordano...
Quale è il potere della musica sulla memoria e come avviene il richiamo di ricordi (musicali) piacevoli da parte del nostro cervello? Sta cercando di capirlo un gruppo di ricercatori dell'università britannica di Leeds in uno studio che coinvolgerà quasi settanta diverse nazioni e che utilizzerà anche la rete per raccogliere opinioni e testimonianze. Chi vuole collaborare a questa grande ricerca, infatti, può collegarsi al sito www.magicalmisterytour.com e scrivere quali sono le proprie memorie legate a... i Beatles. Saranno infatti i quattro favolosi quattro di Liverpool, o meglio la loro musica, a rappresentare il fil-rouge della ricerca. Non a caso: da Imagine a All we need is love, le canzoni dei Beatles sono associate a memorie autobiografiche (personali) fortemente connotative nella storia di molti di noi.
"Sarà il primo vero studio in grado di documentare gli effetti della musica nel richiamare i ricordi sepolti dal passato" sostiene la psicologa cognitiva Catriona Morrison, che coordina la ricerca. I primi risultati hanno già evidenziato che "le canzoni si legano quasi sempre a eventi positivi. In alcuni casi bastano poche note per richiamare immagini, odori e sensazioni "in maniera molto vivida". Un effetto che supera i confini dell'età, visto che il meccanismo acchiappa-ricordi è stato osservato sia in ragazzi di 17 anni che in anziani di quasi 90 primavere. Non solo: la musica produce lo stesso risultato sia negli uomini che nelle donne. "Finora - ha ricordato Morrison - si dava per assodato che le difficoltà nel ricordare un evento fossero frutto di un difetto di immagazzinamento del ricordo stesso, messo al 'posto sbagliato'.
Ma già dai dati preliminari della ricerca in corso possiamo confutare questa spiegazione. La capacità della musica di evocare fatti e sensazioni anche molto lontani - aggiunge - fa invece pensare che dietro ai difetti della memoria ci sia un cortocircuito nel meccanismo di ripescaggio". Uno dei misteri da risolvere è capire perché certe canzoni siano maggiormente in grado di far tornare indietro nel tempo le lancette della nostra vita.
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Più memoria con internet!
Effettuare ricerche su Internet potrebbe aiutare le persone adulte e anziane a tenere in esercizio la propria memoria. E' quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori della University of California Los Angeles, in cui è stato monitorata l'attività celebrale dei soggetti durante la navigazione sul web. "Quel che abbiamo riscontrato - dice il prof. Gary Small, responsabile dell'esperimento - è che le persone che hanno esperienza di Internet usano una parte maggiore del proprio cervello nel corso della ricerca. Questo lascia supporre che il solo fatto di far ricerca su Internet possa allenare il cervello, lo tenga attivo e in salute".
Lo studio, pubblicato sul prestigioso American Journal of Geriatric Psychiatry, è stato realizzato su 24 soggetti tra i 55 e i 76 anni senza debilitazioni cognitive. La metà aveva esperienza su Internet, l'altra metà no. "Abbiamo osservato - conclude Small - che nel fare ricerca su Internet il cervello è molto stimolato: ma solo nel gruppo che usa abitualmente Internet".
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Giornata della memoria.
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
(Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947)
La gingko biloba non protegge dalla demenza.
La gingko biloba, purtroppo, non rappresenta un fattore di protezione contro il rischio di demenza. La ricerca pubblicata su Neurology, (l’organo ufficiale dell’Accademia Americana di Neurologia) è stata condotta, per tre anni, da un gruppo di ricerca del dipartimento di salute pubblica e dal centro di ricerca per l’Healthy Aging dell’Oregon State University, capitanato da Hiroko Dodge.
Il campione di studio era composto da 118 anziani ultraottantacinqueenni senza problemi di memoria: alla metà di loro sono state somministrate, ogni giorno, tre pastiglie di estratto di ginkgo biloba, mentre all’altra metà del campione un placebo (pastiglie senza alcun principio attivo). Al termine della ricerca i dati non hanno riscontrato alcuna correlazione significativa tra l’assunzione di gingko e una riduzione del rischio di patologie invalidanti la memoria (mild cognitive impairment o demenza). Al contrario, è stata riscontrata una maggiore incidenza di problemi circolatori (lievi attacchi ischemici) nel gruppo che ha assunto gingko biloba.
Questo studio – come ha sottolineato il dott. Dodge –richiede comunque di essere allargato ed approfondito per una ulteriore conferma dei risultati.
Fonte: American Academy of Neurology (2008, March 1). Does Gingko Biloba Affect Memory?
Fonte: ScienceDaily. Does Gingko Biloba Affect Memory? March 7, 2008,
Fonte: Neurology (online issue, February 27, 2008)
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Muoversi di più per stare meglio.
Le memorie dotate di significato non dipendono soltanto da una mente linguistica ma anche da una mente che dipende da sensazioni e movimenti, un fatto che viene spesso dimenticato e che porta a dare minore importanza agli aspetti concreti della nostra esistenza e delle nostre esperienze. Ecco, ad esempio, un esperimento che sottolinea l'importanza degli aspetti non-linguistici nelle memorie semantiche: ad alcuni volontari sono state mostrate figure di animali e di oggetti e sono state misurate le variazioni dell'attività del cervello in diverse aree della corteccia utilizzando la tecnica della PET che indica quali parti di quest'organo siano più attive in quanto "lavorano" di più. Il riconoscimento visivo degli animali e degli oggetti inanimati induceva un aumento simile dell'attività della parte inferiore del lobo temporale e occipitale, le strutture addette alla percezione visiva e al riconoscimento delle forme, animate o inanimate che siano; gli oggetti inanimati, però, stimolavano anche l'attività della cosiddetta corteccia premotoria, l'area corticale che pianifica i movimenti. Quindi, riconoscere un oggetto, cioè attivare la memoria che ne abbiamo, dipende da quelle aree cerebrali che servono per pianificare i movimenti, dalle azioni che faremmo se usassimo quell'oggetto o strumento.
Il modo in cui classifichiamo le memorie semantiche, o in parole più semplici il modo in cui la nostra mente suddivide la realtà in diverse categorie, non passa quindi soltanto attraverso il linguaggio, lo strumento di classificazione per eccellenza, ma attraverso aspetti più concreti e materiali, cioè le azioni e i movimenti che noi compiamo quando manipoliamo il mondo che ci circonda, quando usiamo strumenti, tocchiamo gli oggetti, ci spostiamo ecc. La memoria semantica, cioè il modo in cui definiamo ogni aspetto della realtà, dipende quindi anche dal modo attivo in cui esploriamo il mondo, il che può esserci utile per potenziare alcuni aspetti della memoria.
Parlare aiuta a ricordare.
Alcune recenti ricerche condotte dalla professoressa Irene Colsky della University of Miami (Florida) sembrano dimostrare che, se vogliamo mettere a fuoco l'attenzione, eliminare le distrazioni e ricordare più facilmente le cose, dobbiamo parlare.
Un esempio della dottoressa Coslky? Se mettete la macchina in un parcheggio, dopo essere scesi fate due chiacchiere con voi stessi - meglio se ad alta voce - per commentare il posto dove l'avete messa, cosa vedete intorno, se ci sono delle lettere o degli elementi che possono contraddistinguere quell'area, ecc. Quando andrete a riprendere l'auto, ricordare dove l'avete messa sarà molto più veloce. Il motivo è semplice ed ha a che fare con l'attenzione focalizzata: se osservate meglio e in modo consapevole, ricordate meglio. Questo vale anche per le medicine che dovete prendere tutti i giorni: mentre la state prendendo, commentate tra voi se intorno a voi c'è ordine o disordine, se fa caldo, se siete stanchi, ecc. Non avrete poi i dubbi (classici) chiedendovi se la pastiglia l'avete già presa oppure no.
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Aiutiamo la nostra memoria ;-)
I problemi di memoria non sono solo prerogativa dei tempi di oggi. Nodo del fazzoletto ed espedienti vari hanno accompagnato difficoltà di memoria anche dei nostri antenati. Aiutarsi supportandosi con dispositivi esterni è un modo intelligente ed efficace per migliorare le prestazioni della propria memoria.
Alcuni ricercatori che si sono specializzati in questo tipo di soluzioni sono prodighi di consigli. Se la notte vi capita di svegliarvi con un pensiero che non volete dimenticare ma non avete voglia di svegliarvi, accendere la luce e trascrivere l’idea, potete spostare la vostra fede nuziale dall’anulare ad un altro dito oppure prendere il libro che avete sul comodino e buttarlo a terra. Al mattino, questo elemento fuori posto sarà come un campanello per la vostra memoria.
Se dovete ricordare qualcosa (un appuntamento, di prendere una pillola, di fare una commissione), potete utilizzare il vostro cellulare con un messaggio o con uno squillo ad un orario predefinito, potete mandarvi una mail o distribuire nella vostra casa qualche sveglia pronta a trillare all’ora predefinita. In alternativa, potete distribuire post it o promemoria in vari posti della casa (lo specchio del bagno, il guanciale, il frigorifero, le chiavi di casa).
Il principio è semplice: inutile affaticare la mente con qualcosa che potete più efficacemente ricordare utilizzando gli ormai numerosi strumenti a vostra disposizione.
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Il triste caso di Karen Ann Quinlan
Siamo nell’aprile del 1975, nel New Jersey. Una giovane donna, Karen Ann Quinlan, assume una dose di valium (un tranquillante) e di Darvon (un antidolorifico). Come è usanza piuttosto comune negli Stati Uniti, prima di mangiare, per calmare il nervosismo e staccarsi dalla tensione della giornata, beve un gin and tonic. Un errore, apparentemente banale, che le costerà caro: entra in un coma che durerà dieci anni e che si conclude con la morte, per infezioni multiple.
L’autopsia che verrà fatta sul suo corpo consentirà di capire il motivo del decesso: il cervello era in gran parte intatto, con l’eccezione di una piccola area, il talamo,
che sembrava fosse stato bruciato con il laser. Non si sa ancora oggi perché quel centro avesse subito il deterioramento. Si sa però che il talamo e la sua asportazione provocano di per sé la morte cerebrale o meglio la morte della mente. Il talamo è una specie di centrale di collegamento attraverso la quale tutte le informazioni sensoriali, a parte l’olfatto, sono trasmesse alla corteccia cerebrale e alla mente conscia. Se il talamo è silente, la corteccia e tutto il cervello sono pronti per accendersi, ma è come se mancasse l’interruttore. Tutto spento, in attesa di un via che non può arrivare.
Perché dimentichiamo le chiavi ma non come andare in bicicletta?
La conoscenza che riguarda il fare, come appunto l'andare in bicicletta o il guidare l'automobile, appartiene alla cosiddetta memoria procedurale che, a differenza della memoria dichiarativa (ciò che sappiamo di sapere, es. quale è la capitale della Francia? Quanto fa 2+3?), è ben difficile tradurre in termini linguistici: potreste mai apprendere in astratto a guidare la bicicletta o l'auto? E' possibile tradurre in parole l'esperienza del nuoto?
La memoria procedurale è coinvolta nelle abitudini, nei condizionamenti, nelle memorie di tipo motorio; la memoria semantica è invece di tipo cognitivo, esprime significati ed è generalmente collegata a un codice astratto di tipo linguistico. La memoria procedurale è antica in termini di evoluzione (cioè si presenta a partire da organismi primitivi come le lumache e altri invertebrati) ed è la prima forma di memoria che compare nel corso dello sviluppo umano, tant'è che è presente anche nel feto. Al contrario, la memoria di tipo semantico rappresenta una tappa tardiva dell'evoluzione (compare soltanto a partire dai mammiferi superiori) e si sviluppa più tardi rispetto a quella procedurale nel corso dell'infanzia. La memoria tipo associativo-procedurale dura sino alla tarda età ed è l'ultima ad essere colpita dalle malattie degenerative del cervello che si presentano nella vecchiaia.
Mentre la memoria semantica o dichiarativa, che dipende dal buon funzionamento della corteccia cerebrale, può andare incontro a deficit anche gravi nel corso della terza età.
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La prodigiosa memoria dei delfini.
Sin dall’antichità l’uomo è stato attratto dai delfini. La loro intelligenza, la capacità di nuotare a grandi profondità, la mancanza di fattori coagulanti nel sangue e la loro memoria hanno interessato studiosi e ricercatori di tutti i paesi.
I delfini hanno una straordinaria capacità e velocità di apprendimento e una memoria a lungo termine davvero impressionante. Non si limitano ad imitare pedissequamente e meccanicamente i movimenti che vengono mostrati loro dagli addestratori, per esempio, ma sanno combinare i movimenti, la voce e le intenzioni dell’essere umano per capire che cosa si aspetta che loro facciano.
Il cervello dei delfini ha dimensioni imponenti: un animale che pesa 120 kg ha un cervello di ca 1.7 kg (l’analogo umano avrebbe un encefalo di ca 1.4 kg, ma si noti che le balene hanno di norma cervelli ben superiori, di ca 5-8 kg!) Il cervello dei delfini presenta grandi emisferi e circonvoluzioni molto estese sulla corteccia. Per gli scienziati, le condizioni che hanno favorito questo sviluppo del cervello sono da rintracciarsi nella necessità e capacità del delfino di muoversi in tutte le direzioni (ha richiesto uno sviluppo della corteccia motoria), nel movimento molto veloce (sviluppa la corteccia sensoriale), nell’apparato acustico particolarmente sviluppato (corteccia acustica) e nel tipo di vita fortemente gregario di quest’animale, che ha altresì favorito la formazione di una “cultura” e la trasmissione delle esperienze individuali. Recentemente gli scienziati hanno scoperto che i delfini hanno sviluppato internamente delle forme di linguaggi "dialettali" che identificano le varie “popolazioni” e le differenziano le une dalle altre.
Da sempre circolano leggende “metropolitane” sull’intelligenza e la disponibilità dei delfini rispetto agli esseri umani. Ci sono persone che sono state salvate da attacchi di squali grazie all’intervento dei delfini, altre che sono state accompagnate a riva sul dorso di delfini. In molti posti, ci sono avvistamenti di delfini che sembrano ritornare regolarmente, anno dopo anno, negli stessi posti, addirittura per decenni.
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Cosa fare per non perdere i ricordi e il controllo.
E' vero che, invecchiando, dobbiamo rinunciare alla memoria? O è un problema che riguarda solo gli anziani che vanno incontro a patologie degenerative?
I punti da tenere presenti sono tre, uno soltanto dei quali riguarda direttamente la memoria: il primo concerne lo stato di benessere cerebrale, che dipende in gran parte dalla ossigenazione del tessuto nervoso. Una moderata attività fisica è necessaria ad ogni età e, soprattutto negli anziani, contribuisce a una buona irrorazione del cervello e, di conseguenza, a una buona memoria. Non esistono infatti -purtroppo- farmaci della memoria; la memoria dipende anzitutto dall'efficienza del cervello e quindi dallo stato dei vasi che lo irrorano meno grassi nella dieta e maggiore attività fisica sono già un buon punto di partenza, mentre nelle persone non più giovani interventi più radicali per contrastare danni ai vasi sanguigni richiedono una terapia medica.
Il secondo punto è già un po' più specifico e riguarda la propria capacità di "ridurre" l'attività del cervello in modo da consentire una migliore concentrazione, com'è utile ai ragazzi che studiano e si preparano agli esami. Chiunque può aumentare la propria concentrazione "tagliando" quegli stimoli, esterni o interni che si traducono in una maggior eccitazione nervosa. Ad esempio, gran parte dei problemi di memoria dipendono spesso nei giovani da problemi emotivi: poter controllare le proprie emozioni, risolvere le situazioni stressanti, imparare a prestare attenzione, significa tagliare fuori dal cervello fattori di disturbo che deconcentrano.
L'ultimo punto è più specifico: se non volete praticare il metodo dei loci, che indubbiamente migliora le prestazioni mnemoniche, aiutate il processo di memorizzazione fissando i concetti chiave attraverso appunti, schemi, o visualizzando alcuni punti, concreti o astratti, per mezzo di immagini visive: queste servono da "battute d'entrata" e, con l'abitudine, rappresentano validi suggerimenti per richiamare alla mente o recuperare memorie. Le immagini visive vengono memorizzate in modo molto valido nelle stesse aree della corteccia con cui percepiamo il mondo visivo. Esse ci appaiono quindi molto vicine alla realtà, estremamente verosimili e, per questo motivo, ancorano in modo potente quei concetti che associamo loro.
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Progettare il futuro richiede memoria.
Questo post è dedicato a chi ritiene che la memoria sia solo un contenitore di passato e la grande nemica del futuro. Non è così. Tra le tante divisioni e specificazione che in questi anni stiamo facendo sul sistema di memorie, ce n’è una interessante che riguarda la memoria retrospettiva e quella prospettica.
La memoria retrospettiva è, come dice la parola, quella che riguarda il passato. Quando questa memoria fa cilecca, smarriamo il nome di un conoscente, l’anno in cui è crollato il muro di Berlino o l’autore dello Zibaldone. Accanto a questa, c’è un’altra memoria, quella prospettica, che riguarda il presente e soprattutto il futuro. Se è questa a farci lo sgambetto, noi dimentichiamo un appuntamento che avevamo fissato, oppure una consegna da fare, o un messaggio da riferire. È il caso di dire, che questa memoria può influenzare parecchio l’idea che noi abbiamo di noi stessi (la nostra autostima) e anche quella degli altri su di noi!
La memoria prospettica è stata studiata accuratamente da Gilles Einstein e da Marc McDaniel, che hanno proposto di suddividerla in due dimensioni: quella basata sull’evento e quella basata sul momento. La memoria prospettica basata sul momento è quella che ci dovrebbe ricordare, alle 18, di andare a prendere la bimba a scuola, oppure di prendere una medicina, o ancora di fare un pagamento in banca. La memoria basata sull’evento, per contro, è quella che si appoggia al compimento di un evento per poter entrare in gioco: per intenderci, quando al telefono qualcuno vi dà un messaggio da riferire a vostra madre, voi “dovete aspettare” il rientro di vostra madre per potervi “liberare” dalla consegna.
Diverse sono le ragioni per cui la memoria prospettica può non funzionare. Nel caso di memoria basata sull’evento, il rischio più comune è che l’evento non capiti (nella fattispecie: se la vostra mamma non rientra e voi ve ne andate di casa) oppure che voi siate così impegnati, stressati e presi da quello che state facendo, che il rientro di vostra madre non accende alcuna lampadina (o tutt’al più ne accende una, ma non ne ricordate il motivo). Nel caso della memoria basata sul momento, il rischio è di non accorgersi del tempo che passa e del non avere nulla che ci ricordi la cosa da fare. Questo secondo caso è quello più comune e diventa più grave con l’invecchiamento. Le risorse cognitive tendenzialmente si abbassano e se non le attiviamo esplicitamente, i piccoli promemoria interni suonano con tonalità sempre più fievole ed improbabile da sentire.
Quali rimedi? Einstein e McDaniel ne suggeriscono pragmaticamente due. Per la memoria legata al momento, usiamo tutti i promemoria “esterni” utili e possibili: sveglie, post-it, agende, eccetera. Utilizziamoli però in maniera intelligente (mettiamoli dove sappiamo che li guarderemo: per esempio sullo specchio del bagno o alla porta d’uscita) e completa (non limitiamo a scarabocchi privi di senso: il promemoria deve essere completo e ricordare cosa, dove e quando). Risparmieremo in questo modo un sacco di risorse cognitive, credeteci! Altro trucco importante, soprattutto per la memoria basata sull’evento: creiamoci indizi strani. Più questi sono strani, più li ricordiamo: se dobbiamo dare un messaggio ad un collega da parte di un terzo, immaginiamoci il nostro collega con la testa immersa nella torta oppure i nostri due colleghi impegnati in un tango vestiti da improbabili drag queen.
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Viaggiare aumenta la memoria. Lo dimostrano gli uccelli migratori ;-) Buon viaggio dunque...
Gli uccelli migratori hanno una memoria spaziale a lungo termine maggiore e migliore degli uccelli stanziali, persino all’interno della stessa specie. Lo ha scoperto e dimostrato la dottoressa Claudia Mettke-Hofmann, ricercatrice del Max-Planck-Research-Centre for Ornithology, che ha studiato la Garden migratrice e la Sardinian (stessa specie della Garden, ma non migratrice).
Ha raccolto degli esemplari dalle nidiate, quando ancora avevano gli occhi chiusi, in modo da essere certa che non avessero maturato alcun tipo di esperienza relativa all’ambiente e all’orientamento nello spazio (quindi studiando differenze di tipo genetico). Quando i piccoli erano pronti per il volo, li ha inseriti per nove ore in un contesto di laboratorio articolato in più vani, uno solo dei quali conteneva del cibo. Gli stessi esemplari sono stati poi reintrodotti in quell’ambiente di laboratorio a distanza di tempo (fino a un anno dopo la prima visita). Ebbene: i ricercatori hanno potuto constatare che mentre gli uccelli di Sardinian vagavano indifferentemente in tutto lo spazio, gli esemplari di Garden migratrice ritornavano e rimanevano preferibilmente nel vano in cui avevano trovato cibo la prima volta.
La memoria spaziale a lungo termine è molto importante per gli uccelli migratori e non lo è per la specie stanziale. Per questo la Mettke-Hofmann ha ipotizzato che proprio il valore adattativo di questa funzione possa spiegare il perché l’evoluzione l’abbia affinata solo negli esemplari migratori. Una memoria migliore consente agli uccelli di arrivare prima nei luoghi di accoppiamento e nidificazione, quindi di scegliere i luoghi più sicuri da occupare. Benché siano necessari nuovi studi, sembra che un ruolo fondamentale sia svolto dall’ippocampo: nella garden migratrice le sue dimensioni aumentano con l’età (non nella sardinian).
Fonte: Claudia Mettke-Hofmann e Eberhard Gwinner, Long-term memory for a life on the move. In: Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas), May 13, 2003, vol. 100, no. 10, 5863-5866
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Scoperta la proteina che incolla i ricordi.
Per una memoria memorabile, aggiungere una buona dose di grassi: è da questi, infatti, che il cervello trae una "colla" che fissa a lungo i ricordi. L'osservazione degli scienziati dell'università della California a Irvine, a prima vista poco congrua nel suo mescolare memorie e calorie, ha in realtà una spiegazione che affonda nella nostra storia di uomini primitivi. Pur essendo onnivori, infatti, i nostri antenati traevano molta più energia (e quindi chance di sopravvivenza) da un pasto ricco di carne piuttosto che da uno spuntino vegetale. E il cervello, nel corso dell'evoluzione, ha appreso quanto fosse vantaggioso memorizzare luoghi e circostanze di un lauto pasto, nella speranza di ripeterlo presto. La situazione oggi è capovolta, con salute e longevità legate a un consumo moderato di calorie. Ma l'evoluzione comporta tempi estremamente lunghi, e il cervello non ha ancora imparato a tararsi sulla recente era dell'opulenza. La scoperta dei ricercatori di Irvine, pubblicata sulla rivista Pnas (Proceedings of the national academy of sciences) promette comunque di essere utile sia a chi soffre di memoria corta sia a chi si lamenta per un addome pingue.
Durante la digestione dei grassi, queste molecole pesanti e complesse vengono spezzettate in elementi più piccoli. Uno di essi - battezzato "oleoiletanoamide", o per semplicità "Oea" - ha la capacità di raggiungere il cervello svolgendovi due funzioni principali. La prima è quella di informare l'organo del pensiero che bistecca e gelato hanno saziato l'organismo, è quindi ora di inibire la sensazione di appetito e di indurre quella di sazietà. La seconda, inattesa, è quella di facilitare la formazione di ricordi duraturi. Usando un immaginario microscopio, potremmo descrivere i ricordi come reti di neuroni che con le loro ramificazioni (gli assoni) stringono legami più o meno duraturi. La solidità dei loro abbracci dipende dalle sostanze chimiche che legano gli assoni. L'elemento Oea si è rivelato una "colla" particolarmente potente, in grado di rendere duraturo un ricordo altrimenti labile. La differenza fra la memoria a breve termine e quella a lungo termine potrebbe dunque essere riassunta nello scarto fra un pasto a base di verdure e un pranzo luculliano.
Ma Daniele Piomelli, che all'università della California insegna neuroscienze, è affiliato anche all'Istituto italiano tecnologico di Genova ed è uno dei leader della scoperta, spiega che non basta modificare la dieta per diventare dei Pico della Mirandola. "Le prospettive del nostro studio - spiega - riguardano più che altro la possibilità di creare nuovi farmaci per curare i disturbi della memoria". Una manciata di pillole nate per curare malattie come l'Alzheimer o dei deficit dell'intelligenza, ma usate anche da persone sane per potenziare memoria e vigilanza, sono già diffuse sul mercato, specie anglosassone. Ma si tratta di medicine con dei possibili effetti collaterali. Gli elementi Oea, invece, essendo frutto di un normale processo di digestione dei grassi, potrebbero aprire una strada più promettente. Queste sostanze, spiega Piomelli, "sono parte di quella colla molecolare che fissa i ricordi nel cervello. Aiutando i mammiferi a ricordare dove e quando si sono nutriti con un pasto ricco di grassi, hanno sicuramente svolto una funzione importante dal punto di vista evolutivo. Se la nostra dieta oggi è fin troppo ricca di sostanze caloriche, gli uomini primitivi soffrivano del problema contrario".
I primi test sui roditori hanno dato risultati incoraggianti. Rendendo le cellule del loro cervello insensibili alle molecole Oea, i topi fallivano i test di intelligenza e memorizzazione a cui erano sottoposti. Dei farmaci che contengono queste sostanze d'altra parte sono già in sperimentazione per ridurre la sensazione della fame e combattere l'obesità.
Articolo tratto da: Le scienze
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L'attenzione non è infinita: meglio scegliere le cose da fare!
Oggi i tappi nelle orecchie, domani il laser. Come aiutare il cervello a rimanere assorto di JOHN TIERNEY
Si può impazzire cercando di continuare a svolgere più mansioni insieme. O si può ammettere che le capacità cerebrali che abbiamo per elaborare le informazioni sono limitate, e accentuarne l'aspetto positivo, raggiungendo le soddisfazioni di quella che Winifred Gallagher, autrice di una guida sulla scienza della concentrazione, chiama "una vita concentrata".
Quando accade qualcosa di interessante, ciò tende ad avere la meglio sull'attenzione del cervello, anche se quell'involontario impulso dal basso può essere volontariamente superato da un processo dall'alto che Robert Desimone, direttore del McGovern Institute for Brain Research all'Mit, definisce "concorrenza innata". Desimone e i suoi colleghi hanno scoperto che i neuroni della corteccia prefrontale - il centro di programmazione del cervello - iniziano a oscillare all'unisono e inviano segnali che impongono alla corteccia visiva di prestare attenzione ad altro. Queste oscillazioni (onde gamma) sono create dall'accensione e dallo spegnimento in contemporanea dei neuroni.
Entrambi questi segnali, però, incontrano difficoltà nel loro percorso se l'ambiente è molto rumoroso. Ora si inizia a riflettere sulle possibili terapie per rafforzare l'attenzione. Sul numero in edicola di Nature, alcuni ricercatori dell'Mit, di Penn e Stanford illustrano in un articolo in che modo hanno indotto queste onde gamma nei topi utilizzando fasci di luci laser con sottili fibre ottiche direttamente all'interno di neuroni geneticamente modificati. Su Neuron, poi, Desimone ha riferito i progressi ottenuti utilizzando queste tecniche "optogenetiche" nelle scimmie.Un giorno potrebbe essere possibile migliorare la concentrazione con pulsazioni luminose sincronizzate inviate direttamente ai neuroni. Sfruttando una luce a onde corte, l'utente potrebbe indossare un piccolo dispositivo wireless controllato a distanza. In un futuro più vicino, comunque, i neuroscienziati potranno aiutare a concentrarsi di più osservando l'attività cerebrale e dando dei biofeedback. I ricercatori hanno già osservato livelli più alti di sincronia cerebrale in chi è abituato a praticare con regolarità la meditazione.
Compreso quanto sia difficile per il cervello non prestare attenzione ai suoni, Gallagher si porta sempre dietro dei normali tappi per le orecchie.
E raccomanda di iniziare la giornata lavorativa concentrandosi per un'ora e mezzo sugli impegni più importanti: a quel punto la corteccia prefrontale avrà bisogno di rilassarsi: è il momento buono per rispondere alle mail, fare telefonate, bere caffè (la caffeina aiuta la concentrazione), prima di tornare a concentrarsi su altro. Dopo un'interruzione possono occorrere anche 20 minuti prima che il cervello torni a concentrarsi a pieno regime. "Il multitasking è una leggenda - spiega l'autrice del manuale - il meccanismo dell'attenzione è fortemente selettivo: o si fa una cosa o un'altra".
"L'attenzione - dice Gallagher - è una risorsa limitata, proprio come i soldi. Occorre scegliere dunque se investire le proprie risorse cognitive usando di continuo Twitter, navigando su Internet o standosene a guardare la televisione. In ogni istante si deve scegliere e le nostre scelte determinano la nostra esperienza".
c.2009 New York Times
articolo pubblicato sul sito web de La Repubblica
Foto: http://www.flickr.com/photos/chelseajon/3370122796/
Perché cala la memoria?
Come ogni apparecchio di registrazione, anche il cervello – di tanto in tanto – può incepparsi. Per questo, a qualunque età, la memoria è lungi dall’essere perfetta. A tutti capita di dimenticare dove si sono messe le chiavi di casa o di scordarsi un appuntamento. E’ normale, fa parte della vita. Ma a partire dall’età di 45 anni circa, è necessario effettivamente più tempo per riportare i ricordi alla mente. Invecchiando, abbiamo anche bisogno di più tempo e di maggiore impegno per elaborare nuove informazioni.
Dopo i 60 anni, molti iniziano ad avere le tipiche amnesie da “punta sulla lingua”, cioè la difficoltà a riportare alla mente parole di uso comune e assai familiari. Col passare degli anni possono esservi anche problemi nel ricordare elenchi, indicazioni e persino i sogni.
In generale, questi mutamenti sono solo piccoli fastidi e assai raramente rappresentano il segnale di un reale deterioramento del cervello. Non se ne conosce con precisione la causa, ma alcuni ricercatori sospettano che la minore sensibilità dell’udito, della vista e di altri sensi possa compromettere la capacità di conservare i ricordi e di riportarli alla mente. La capacità di memoria viene alterata anche da gravi sconvolgimenti emotivi, quali lo stress e la depressione, nonché da particolari farmaci come i medicinali da banco contro il raffreddore e l’insonnia. Contribuiscono inoltre al problema l’eccesso di informazioni e la mancanza di regolarità nello stile di vita.
Memorizzare richiede tranquillità, concentrazione, attenzione. E’ sbagliato cercare di fare tante cose nello stesso momento ed aspettarsi poi di avere archiviato correttamente tutte le informazioni nella nostra mente. La memoria richiede tempo.
Poi ci sono gli ormoni. Gli estrogeni, in particolare, sembrano concorrere ad alcune funzioni della memoria. In uno studio condotto presso la McGill University del Quebec si è riscontrato che le donne in terapia estrogenica post-menopausa avevano prestazioni mnemoniche superiori rispetto a quelle che non avevano seguito la terapia.
Talvolta i problemi di memoria derivano anche da carenze nutrizionali. Spesso chi vive solo – e in modo particolare le persone anziane – non consuma pasti regolari e mangia male, con conseguenze potenzialmente gravi sulla capacità di pensare e di ricordare.
Foto: courtesy of www.flickr.com/(photos/island_life/567325021)
Movimento e memoria
Le memorie dotate di significato non dipendono soltanto da una mente linguistica ma anche da una mente che dipende da sensazioni e movimenti, un fatto che viene spesso dimenticato e che porta a dare minore importanza agli aspetti concreti della nostra esistenza e delle nostre esperienze. Ecco, ad esempio, un esperimento che sottolinea l'importanza degli aspetti non-linguistici nelle memorie semantiche: ad alcuni volontari sono state mostrate figure di animali e di oggetti e sono state misurate le variazioni dell'attività del cervello in diverse aree della corteccia utilizzando la tecnica della PET che indica quali parti di quest'organo siano più attive in quanto "lavorano" di più. Il riconoscimento visivo degli animali e degli oggetti inanimati induceva un aumento simile dell'attività della parte inferiore del lobo temporale e occipitale, le strutture addette alla percezione visiva e al riconoscimento delle forme, animate o inanimate che siano; gli oggetti inanimati, però, stimolavano anche l'attività della cosiddetta corteccia premotoria, l'area corticale che pianifica i movimenti. Quindi, riconoscere un oggetto, cioè attivare la memoria che ne abbiamo, dipende da quelle aree cerebrali che servono per pianificare i movimenti, dalle azioni che faremmo se usassimo quell'oggetto o strumento.
Il modo in cui classifichiamo le memorie semantiche, o in parole più semplici il modo in cui la nostra mente suddivide la realtà in diverse categorie, non passa quindi soltanto attraverso il linguaggio, lo strumento di classificazione per eccellenza, ma attraverso aspetti più concreti e materiali, cioè le azioni e i movimenti che noi compiamo quando manipoliamo il mondo che ci circonda, quando usiamo strumenti, tocchiamo gli oggetti, ci spostiamo ecc. La memoria semantica, cioè il modo in cui definiamo ogni aspetto della realtà, dipende quindi anche dal modo attivo in cui esploriamo il mondo, il che può esserci utile per potenziare alcuni aspetti della memoria.
François, Jacob, Il topo, la mosca e l’uomo (1998)
