Movimento fisico contro l'Alzheimer.

Non è mai troppo tardi, per correggere gli stili di vita e averne un beneficio. A cominciare dal banale consiglio di fare più attività fisica, che oltre a tutto il resto può aiutare anche la memoria e le funzioni cognitive: persino negli anziani nei quali sono già compromesse. Questo può contribuire ad allontanare l’evoluzione verso l’Alzheimer, senza che si possa concludere affrettatamente che la previene. Sembra infatti che basti un po’ d’esercizio in più, equivalente a circa due ore e mezzo alla settimana, per ottenere un miglioramento cognitivo sia pure modesto in persone ultra 50enni con deficit medi ma non già con demenza. La prospettiva, incoraggiante, emerge da una ricerca australiana che mostra il contributo preventivo anti-demenza di un semplice programma di esercizi domiciliari, la prima a conoscenza degli autori in soggetti anziani già con peggioramento cognitivo documentato e a rischio di Alzheimer. Anche questo un aspetto da tenere presente, dunque, alla luce dell’incremento di questi malati che globalmente è previsto dai 26,6 milioni attuali ai 106,2 milioni del 2050: sempre secondo le stime, ritardare lo sviluppo della patologia di un solo anno porterebbe a una riduzione di 9,2 milioni di casi.

Diversi studi osservazionali, tra gli altri il vasto Nurses’ Health Study sulle infermiere americane, hanno evidenziato che le persone fisicamente attive sembrano avere una minore probabilità di quelle sedentarie di andare incontro a declino cognitivi e demenza in tarda età. C’era però una certa carenza di studi randomizzati di conferma. Questo lo scopo dei ricercatori australiani, che hanno analizzato un campione finale di 170 volontari, dai 50 anni in su, con problemi di memoria non classificabili come demenza, assegnati in modo casuale a un programma abituale di educazione e approccio di gruppo oppure a uno domiciliare a base di esercizi per un periodo di 24 settimane. Gli esercizi potevano essere d’intensità da moderata a elevata e l’intento era promuoverne l’esecuzione per almeno 150 minuti alla settimana, chiedendo ai partecipanti di completarli in tre sedute settimanali di 50 minuti l’una; quello più spesso raccomandato consisteva nel camminare. La funzionalità cognitiva è stata misurata con l’apposita sottoscala dell’Alzheimer Disease Assessment Scale (ADAS-Cog) e i controlli si sono svolti fino a 18 mesi dall’inizio dell’intervento. In totale sono stati 130 i partecipanti che hanno proseguito la valutazione a 18 mesi. Al termine del programma i soggetti nel gruppo d’intervento hanno avuto un miglioramento di 0,26 punti della ADAS-Cog, contro un peggioramento di 1,04 punti per quelli con approccio usuale, una differenza assoluta quindi di 1,3 punti. A 18 mesi i primi sono apparsi aumentati di 0,73 punti in confronto allo 0,04 degli altri, cioè un miglioramento di 0,69: valore che può sembrare piccolo ma che è potenzialmente importante considerando, sottolineano gli autori, la quantità relativamente modesta di attività fisica eseguita nello studio. Tanto più che i benefici dell’esercizio sono diventati visibili a sei mesi dall’inizio e si sono mantenuti per altri dodici dopo che l’intervento è terminato.

Da: www.dica33.it/argomenti/neurologia/alzheimer/ (a firma di Elettra Vecchia)
Fonti: Lautenschlager N. T. et al. Effect of physical Activity on Cognitive Function in Older Adults at Rosk for Alzheimer Disease. JAMA 2008;300;1027-1037
Foto biker: courtesy of Flickr (www.flickr.com/photos/thepretender/ 286790061/)

Il secolo che sta volgendo al termine è stato dominato dagli acidi nucleici e dalle proteine. Il prossimo si concentrerà sulla memoria e sul desiderio. Sarà in grado di rispondere alle domande che questi temi sollevano?
François, Jacob, Il topo, la mosca e l’uomo (1998)