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Cos'è la vita se non si ha nulla (o poco) da ricordare?

"Ma la vita può impoverirsi molto per una persona che non ha niente da ricordare. Questa possibilità è sfuggita completamente a quelli che hanno riformato i programmi scolastici al principio del secolo e che, armati dei risultati delle ricerche, hanno dimostrato che “imparare a pappagallo” non era un modo efficiente di accumulare e acquisire informazioni. In conseguenza dei loro sforzi nelle scuole non si studia più a pappagallo. Questi riformatori avrebbero avuto delle giustificazioni se lo scopo di imparare a memoria fosse stato solo di risolvere dei problemi pratici. Ma se riteniamo che il controllo della coscienza sia importante almeno quanto la capacità di fare delle cose, allora ricordare a memoria dei modelli complessi di informazioni non è affatto una fatica sprecata. Una mente con qualche contenuto stabile è molto più ricca di una senza. È un errore partire dal presupposto che la creatività sia incompatibile con l’imparare a memoria. Per esempio, si sa che certi scienziati molto originali hanno imparato a memoria grandi quantità di musica, poesia o informazioni storiche.
Una persona capace di ricordare storie, poesie, parole di canzoni, statistiche di baseball, formule chimiche, operazioni matematiche, date storiche, passi della Bibbia e proverbi è molto avvantaggiata rispetto a chi non ha queste capacità. La coscienza di una persona di questo tipo è indipendente dall’ordine che l’ambiente può fornire oppure no. Può sempre trovare divertimento e significato nei contenuti della sua mente. Mentre gli altri hanno bisogno di stimoli esterni come la televisione, la lettura, la conversazione o le droghe per impedire alla loro mente di scivolare nel caos, la persona con una memoria colma di informazioni è autonoma e completa in sé. Poi, questa persona è anche molto più gradita come compagnia perché può condividere con gli altri le informazioni che ha nella sua mente e quindi contribuisce a portare ordine nella coscienza di quelli con cui interagisce."

Da: Mihaly Csikszentmihalyi, La corrente della vita. La psicologia del benessere interiore, Frassinelli, 1992 (è la traduzione del best-seller Flow)

La memoria, madre di tutte le scienze.

"I greci hanno creato l’immagine personificata della memoria con Mnemosine. Madre delle nove muse, si credeva che avesse generato tutte le arti e tutte le scienze. È giusto considerare la memoria la capacità mentale più antica dalla quale derivano tutte le altre perché, se non fossimo capaci di ricordare, non potremmo seguire le regole che permettono di svolgere le altre operazioni mentali. Non potrebbero esistere né la logica né la poesia, e ogni nuova generazione dovrebbe reinventare i rudimenti delle scienze. In primo luogo, il primato della memoria è vero se facciamo riferimento alla storia della specie. Prima delle invenzioni dei sistemi di annotazione scritta, tutte le informazioni apprese dovevano venire trasmesse dalla memoria di una persona a un’altra. E questo è vero anche per le vicende dei singoli individui. Una persona incapace di ricordare viene privata dalla conoscenza delle esperienze precedenti e non è in grado di costruirsi nella coscienza dei modelli che portino ordine nella mente…

Tutte le forme di divenire mentale dipendono dalla memoria: o direttamente o indirettamente. Il metodo più antico per organizzare le informazioni consisteva nel ricordare i propri antenati, l’ascendenza che dava a ogni persona la sua identità in qualità di membro di una tribù o di una famiglia. Non è un caso che la Bibbia, specialmente nei libri più antichi, contenga così tante informazioni genealogiche (…). Conoscere le proprie origini e parentele era un metodo indispensabile per creare l’ordine sociale quando questo non aveva nessun altro fondamento. Ancor oggi nelle culture senza scrittura recitare delle liste di nomi di antenati è un’attività molto importante e le persone che lo sanno fare ne ricavano grande gioia. Ricordare dà soddisfazioni perché significa realizzare uno scopo e in questo modo porta ordine nella coscienza. Conosciamo tutti il lampo di soddisfazione che si prova quando ci si ricorda dove si sono messe le chiavi della macchina o qualunque altro oggetto smarrito temporaneamente. Ricordare una lunga lista di antenati che risale all’indietro di dodici generazioni, dà una gioia particolare perché appaga il bisogno di trovare un posto nella corrente eterna della vita. Rievocando nella memoria i suoi antenati, chi ricorda diventa un anello della catena che comincia nel passato mitico e giunge fino al futuro insondabile. Anche se nella nostra cultura le genealogie hanno perduto significati pratici, pure la gente prova gioia quando ripensa alle sue radici e ne parla.

I nostri antenati non dovevano affidare alla memoria solo le loro origini, ma anche tutti gli altri fatti importanti per controllare l’ambiente. Elenchi di frutti e di erbe commestibili, consigli per la salute, regole di comportamento, modalità di successione, leggi, conoscenze geografiche, rudimenti di tecnologia e principi di saggezza erano tutti racchiusi in versi o proverbi facili da ricordare. Prima di questi ultimi secoli in cui si è diffuso l’uso della stampa, gran parte della conoscenza umana veniva condensata in forme simili all’Alphabet songs che ora cantano i pupazzi nel programma televisivo per bambini Sesame Street.

Secondo Johan Huizinga, il grande storico olandese della cultura, le gare di indovinelli sono state tra i precursori più importanti della conoscenza sistematica. Nella maggioranza delle culture antiche gli anziani della tribù si sfidavano in gare in cui una persona cantava un testo pieno di allusioni nascoste e l’altro doveva interpretare il significato occulto della canzone. Spesso una gara di esperti di indovinelli era l’evento intellettuale più stimolante cui la comunità potesse assistere. Le forme degli indovinelli anticipavano le regole della logica e il loro contenuto serviva per trasmettere quelle conoscenze concrete che i nostri antenati avevano bisogno di custodire…

(…)Fin dalle prima tracce dell’intelligenza umana, il dono mentale più apprezzato è stato un’ottima memoria. A settant’anni mio nonno riusciva a ricordare dei brani dei tremila versi dell’Iliade che aveva dovuto imparare a memoria in greco per diplomarsi al liceo. Tutte le volte che lo faceva, il suo viso assumeva un’espressione di orgoglio mentre il suo sguardo fisso si rivolgeva all’orizzonte. Mentre i versi si seguivano uno dopo l’altro, la sua mente ritornava agli anni della giovinezza. Le parole rievocavano le esperienze di quando le aveva imparate; per lui ricordare il poema era una specie di viaggio nel tempo.

Per le persone della sua generazione la cultura era ancora sinonimo di imparare a memoria. Solo nel secolo scorso, quando i testi scritti sono diventati meno costosi e più facili da trovare, l’importanza di saper ricordare è diminuita clamorosamente. Adesso una buona memoria è considerata inutile tranne che per presentarsi a qualche quiz televisivo o per giocare al videogame Trivial Pursuit".

Da Mihaly Csikszentmihalyi, La corrente della vita. La psicologia del benessere interiore, Frassinelli, 1992 (è la traduzione dell’opera Flow)

Letture per le vacanze. L'armonia meravigliosa della natura, del cervello e della memoria.

"Che altro si può dire della struttura del cervello? Se l’avesse progettata un Ingegnere divino, libero dai vincoli della storia biologica dell’umanità, avrebbe potuto optare per esseri mortali ma angelici, modellati a sua immagine. Costoro sarebbero presumibilmente razionali, lungimiranti, saggi, benevoli, sottomessi, privi di un Io e della colpa e, in quanto tali, amministratori perfetti del meraviglioso pianeta lasciato loro in eredità. Noi però non siamo fatti così. Abbiamo il peccato originale, che ci rende migliori degli angeli. Quel che possediamo ce lo siamo guadagnati nel corso di una storia evoluzionistica lunga e impervia. Il cervello umano porta il segno di 400 milioni di anni di prove ed errori, rintracciabili nei fossili e nell’omologia molecolare in una sequenza praticamente ininterrotta che va dai pesci agli anfibi, ai rettili e ai mammiferi primitivi, fino ai primati che sono i nostri più immediati antenati.

Nella fase finale il cervello venne catapultato su un livello assolutamente nuovo, e dotato delle conoscenze necessarie per produrre un linguaggio e una cultura. A causa del suo pedigree originario, tuttavia, non fu possibile installarlo come un nuovo computer in uno spazio cranico vuoto. Il vecchio cervello era stato assemblato in quel posto per veicolare gli istinti e, indipendentemente dalle nuove parti che venivano aggiunte manteneva la sua vitalità al ritmo del battito cardiaco. Il nuovo cervello dovette essere attrezzato con i mezzi a disposizione dentro e attorno a quello vecchio. Diversamente l’organismo non avrebbe potuto sopravvivere di generazione in generazione. Ne risultò la natura umana: la genialità combinata con la razionalità per creare un nuovo strumento di sopravvivenza.
Gli scienziati del cervello hanno confermato la visione evoluzionistica della mente, stabilendo che la passione è inscindibilmente legata alla ragione. L’emozione non è semplicemente un turbamento della ragione, ma ne costituisce piuttosto una parte vitale. È questa qualità chimerica a rendere la mente così sfuggente. Il compito più arduo per gli scienziati del cervello consiste nello spiegare l’origine dei circuiti corticali sullo sfondo della storia profonda della specie. Al di là dei rozzi elementi di anatomia che ho appena finito di elencare, il ruolo ipotetico dell’Ingegnere Divino non è loro accessibile. Non essendo in grado di derivare dai principi fondamentali l’equilibrio ottimale tra istinto e ragione, devono andare a scovare, una alla volta, la collocazione e la funzione dei circuiti che governano il cervello. Il progresso si misura in termini di scoperte frammentarie e di prudenti deduzioni”.

Da: Edward O. Wilson, L’armonia meravigliosa. Dalla biologia alla religione, la nuova unità della conoscenza, Mondadori, 1999
Foto tramonto: courtesy of Flickr (http://www.flickr.com/photos/powi/1241619378/)

Letture per le vacanze. La memoria, una stanza dove puoi ritrovarti. Sempre... o quasi.

"Anche mentre io sono al buio e nel silenzio, traggo dalla memoria, se voglio, i colori, e distinguo tra bianco e nero e ogni altro colore che mi pare; e non accade che le immagini a cui penso e che ho attinto per mezzo degli occhi vengano ad essere disturbate da suoni, quantunque anch’essi presenti e come riposti in un luogo appartato. Se mi garba di chiamare pure loro, si fan subito avanti mentre io, senza aprir bocca, canto in silenzio finché voglio: e le immagini dei colori, presenti anch’esse nella memoria, non interferiscono né mi disturbano mentre sto adoperando quest’altro tesoro penetrato dalle orecchie. Così tutte le altre cose che vengono introdotte e messe da parte attraverso i sensi, le posso ricordare quanto mi piace: distinguo il profumo dei gigli da quello delle viole senza odorare nulla, e, senza nulla gustare né toccare, ma soltanto ricordando, preferisco il miele al mosto cotto, il dolce all’aspro. Compio queste azioni al mio interno, nella grande stanza dove abita la memoria. Ivi sono a mia disposizione cielo, terra e mare con tutto ciò che in essi potei cogliere con i sensi: manca soltanto ciò che ho dimenticato. Ivi ritrovo anche me stesso e ricordo quello che ho fatto, quando, dove e con quali sentimenti l’ho fatto. Ivi è ogni cosa che io ricordo o perché sperimentata personalmente o perché creduta dal racconto di altri. Sempre da questa ricchezza di oggetti deriva la possibilità di confrontare molte altre realtà, o sperimentate direttamente o credute sulla base dell’esperienza, e posso ricollegarle con eventi passati per immaginare da qui azioni, fatti e speranze future: su tutto ciò rifletto sempre come a cose presenti. “Farò questo, farò quello” dico fra me, nell’immenso vano del mio animo pieno di così tante immagini di cose: e di fatto segue ciò che dico. “Oh, se avvenisse questo, oppure quello. Dio ci guardi da questo o da quello!” e mentre dico così tra me, ecco uscire dal medesimo scrigno della memoria le immagini di tutto ciò che nomino: se esse non fossero là, non potrei nominarne neanche una.

Grande, veramente grande è questa facoltà della memoria, o mio Dio: è un ampio, sterminato sacrario. Chi può toccarne il fondo? E questa forza appartiene al mio animo, alla mia natura: il fatto è che neppur io comprendo a pieno ciò che sono. Ma allora l’animo è forse incapace di comprendere se stesso, dove si trova e che cosa è suo? È dunque fuori e non dentro di sé? Come mai non comprende? Sono molto meravigliato di questo, mi prende un grande stupore. Gli uomini vanno ad ammirare le cime dei monti, le onde del mare, l’ampio scorrere dei fiumi, l’oceano, i moti degli astri, e poi lasciano da parte se stessi; non si meravigliano del fatto che, mentre parlo di queste cose, non le vedo con gli occhi; ma non potrei parlarne se non vedessi nella mia memoria in tutta la loro immensità come se li avessi dinanzi nella realtà i monti, le onde, i fiumi, gli astri che ho visto personalmente e l’oceano a cui credo per sentito dire. Eppure quando li ho visti con gli occhi non è che li abbia fatti entrare in me sostanzialmente, ma solo per immagini; e so attraverso quale dei sensi corporali ciascuna mi fu impressa dentro.”

S. Agostino, Le confessioni, edizioni Paoline, 1978
Foto: courtesy of Flickr (http://www.flickr.com/photos/asadbabil_smj/902705811/)

Letture per le vacanze. La memoria, per una mamma che piange una figlia.

"Nelle lunghe ore di silenzio mi si affollano i ricordi, tutto mi è accaduto nello stesso istante, come se la mia vita intera fosse una sola immagine intelligibile. La bambina e la giovane che fui, la donna che sono, la vecchia che sarò, tutte le tappe sono acqua della stessa impetuosa corrente. La mia memoria è come un mural messicano in cui tutto accade simultaneamente: le navi dei conquistatori in un angolo mentre l’Inquisizione tortura gli indio in un altro, i liberatori che galoppano con le bandiere insanguinate e il Serpente Piumato di fronte a un Cristo sofferente fra le ciminiere fumiganti dell’era industriale. Così è la mia vita, un affresco molteplice e variabile che solo io posso decifrare e che mi appartiene come un segreto. La mente seleziona, esagera, tradisce, gli avvenimenti si sfumano, le persone si dimenticano e alla fine rimane solo il percorso dell’anima, quei rari momenti di rivelazione dello spirito. Non interessa ciò che mi è accaduto, ma le cicatrici che mi segnano e mi distinguono. Il mio passato ha poco senso, non vedo ordine, chiarezza, propositi né cammini, solo un viaggio alla cieca, guidata dall’istinto e da eventi incontrollabili che deviarono il corso del mio destino. Non ci fu calcolo, solo buoni propositi e il vago sospetto che esista un disegno superiore che determina i miei passi. Finora non ho condiviso il mio passato, è il mio ultimo giardino, su cui non si è affacciato neppure l’amante più intruso. Prendilo, Paula, forse ti servirà a qualcosa, perché credo che il tuo non esista più, si è perso in questo lungo sonno e non si può vivere senza ricordi".

Da: Isabel Allende, Paula, Feltrinelli, 1999
Foto: Courtesy of Flickr (http://www.flickr.com/photos/0rangeya/2195188267/)

Nella memoria, la quantità crea la qualità.

"La memoria è un valore divino; è il custode delle nostre ricchezze passate e il garante delle nostre acquisizioni a venire.
Dobbiamo dunque mantenerla e svilupparla esercitandola regolarmente e controllandola. Per esempio, costringendoci a imparare a memoria informazioni di relativa utilità, facendo lo sforzo di ricordare il nome e la fisionomia delle persone, registrando dei dati di fatto.
Ognuno ha le proprie strategie mnemotecniche. Incrociare le modalità sensoriali – associare, per esempio, una parola e una immagine – è un modo per rinforzare la memorizzazione. Assorbire molte conoscenze nuove ne è un altro: la quantità crea la qualità, a un certo livello. Prendere appunti, in corsivo o in “mappa mentale”, è un mezzo efficace per quanto scolastico possa apparire. Ricordare, di tanto in tanto, le informazioni registrate è una pratica da raccomandare.
In ogni modo, scoprire qual è la nostra strategia personale di memorizzazione è un’impresa utile. Essa ci aiuterà a conoscerci meglio e soprattutto a sviluppare una facoltà necessaria per la nostra autorealizzazione.
La capacità dell’oblio è l’altro piatto della bilancia della memoria e non è meno indispensabile: cancellare, abbandonare, annullare delle informazioni inutili o nocive.
Allo stesso modo, una memoria troppo rigida, amministrativa, è un freno al nostro sviluppo e all’espressione della nostra creatività. Le informazioni memorizzate ci appartengono personalmente e abbiamo il diritto di modificarle e di trasformarle a piacere per farle servire ai fini di costruzione di noi stessi".

Da: Hubert Jaoui, La creatività. Amore della vita. Creo quindi sono, BUR, 2000

Sunday 7. La mia memoria, signore, è come un deposito di rifiuti.

Nelle letture della domenica, oggi uno stralcio dal racconto "Funes, o della memoria" scritto da Jorge Luis Borges. E' la storia di Ireneo Funes, un uomo con una memoria straordinaria. Borges non conosceva il caso Solomon Seraseveskij, né l'accurato lavoro di documentazione e studio sulla memoria che Lurjia stava compiendo dall'altra parte del mondo, proprio negli stessi anni (curioso parallelismo temporale tra i due eventi).
Oltre allo stile letterario, sorprende in questo racconto, la capacità dell’Autore di farci intuire quale sia il dramma di una memoria che non conosce oblio: ogni singola cosa si oppone alla categorizzazione rivendicando la sua autonomia e differenza (ogni cane è diverso da qualsiasi altro, e anche ogni nuvola, ogni persona, ogni cena, ecc), i processi decisionali diventano lunghissimi, non c’è capacità di svincolarsi dalla realtà che è così potente da togliere spazio di possibilità alla fantasia e all’immaginazione. Una grande memoria sembra davvero incompatibile con una vita grande.


"Per diciannove anni aveva vissuto come chi sogna: guardava senza vedere, ascoltava senza udire, dimenticava tutto, o quasi tutto. Cadendo, perdette i sensi; quando li riacquistò, il presente era quasi intollerabile tanto era ricco e nitido, e così pure i ricordi più antichi e banali. Poco dopo s’accorse della paralisi; la cosa appena l’interessò; ragionò (sentì) che l’immobilità era un prezzo minimo; ora la sua percezione e la sua memoria erano infallibili.

Noi, in un’occhiata, percepiamo: tre bicchieri su una tavola. Funes: tutti i tralci, i grappoli e gli acini d’una pergola. Sapeva le forme delle nubi australi dell’alba del 30 aprile 1882, e poteva confrontarle, nel ricordo, con la copertina marmorizzata d’un libro che aveva visto una sola volta, o con le spume che sollevò un remo, nel Rio Negro, la vigilia della battaglia di Quebracho. Questi ricordi non erano semplici: ogni immagine visiva era legata a sensazioni muscolari, termiche, ecc. Poteva ricostruire tutti i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia. Due o tre volte aveva ricostruito una giornata intera; non aveva mai esitato, ma ogni ricostruzione aveva richiesto un’intera giornata. Mi disse: - Ho più ricordi io da solo, di quanti non ne avranno avuti tutti gli uomini insieme, da che mondo è mondo -. Anche disse: - I miei sogni sono come la vostra veglia -. E anche: - La mia memoria, signore, è come un deposito di rifiuti. – Un cerchio su una lavagna, un triangolo rettangolo, un rombo, sono forme che noi possiamo intuire pienamente; allo stesso modo Ireneo vedeva i crini rabbuffati d’un puledro, una mandria innumerevole in una sierra, i tanti volti d’un morto durante una lunga veglia funebre. Non so quante stelle vedeva in cielo".

Da: Funes, o della memoria. Riportato in: Finzioni di Jorge Luis Borges nella traduzione di Franco Lucentini, Einaudi, 1995

I have a dream. Per non dimenticare Martin Luther King e i sogni che ci tengono vivi.

Traduzione integrale del discorso "I have a dream" tenuto da Martin Luther King Jr a Washington, il 28 agosto 1963.

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste. Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia. Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.
Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.
Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York. Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania. Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve. Risuoni la libertà dai dolci pendii della California. Ma non soltanto. Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia. Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee. Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".

traduzione italiana da: http://www.english-zone.com/holidays/mlk-dreami.html

La bottega di un rigattiere.

Lo spirito dura assai più della bellezza. Questo ci spiega il motivo per cui noi ci affatichiamo tanto ad istruirci. Abbiamo bisogno, per la spaventevole lotta della vita, di qualcosa di duraturo, ed è perciò che riempiamo il nostro cervello di rovine e di fatti, animati dalla ingenua speranza di conservare il nostro posto.

L’ideale moderno è quindi l’uomo erudito…

Il cervello di costui è una cosa stupefacente: è come una bottega di rigattiere ove si trovano molte cose disparate e strane e molta polvere, dove tutto è valutato al di sopra del suo valore reale.

Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray

La memoria per i greci. Lo strumento elettivo del cambiamento e dell’evoluzione.

La memoria, per le culture egiziane ed ebraiche (vd precedenti post), doveva garantire l’immobilità e la stabilità. Ricordare è necessario perché il passato deve guidare il futuro, in un’opera continua di emulazione ed adattamento. Rituali e cerimonie sono gli strumenti della memoria e della continuità.

Per i greci, la memoria ha un significato ed un ruolo profondamente diverso. Non ha una funzione di mera conservazione, ma di stimolo dinamico all’evoluzione dell’umanità. La memoria è uno strumento di crescita e di cambiamento. Per questo Mnemosime, la dea della memoria, è la madre di tutte le Muse. Può sembrare un paradosso per noi, che abbiamo ereditato la tradizione giudaico-cristiana della memoria come ancora con un passato da rispettare e venerare. Esiodo ci dice chiaramente che è a Mnemosime e alle sue figlie, le Muse, che appartiene la facoltà di dire ciò che è stato, che è e che sarà. È la memoria (non il passato!) che pone le basi del presente e per il futuro. Come può farlo? È la conoscenza del passato, per i greci, che ci rende capaci di leggere e capire il presente, in modo particolare la sua dinamicità e la sua in-determinatezza. Analogamente, è la conoscenza del presente che permette di decidere il futuro.

La memoria è il simbolo dinamico del flusso incessante, inesorabile del tempo, è lo strumento elettivo per rinnovare il presente, migliorarlo alla luce degli errori del passato e per poter creare il nuovo, creando le condizioni di possibilità per il cambiamento, la trasformazione e il rinnovamento. Questo modello dinamico della memoria confuta l’immobilità e la persistenza totale del ricordo, la definitiva ed inconfutabile verità della norma statale o religiosa. La memoria serve a stabilizzare e a sistemare il passato in un quadro globale, d’insieme della concezione greca dell’universo che risultò a sua volta dinamico, in trasformazione e in divenire. Per i greci la memoria è un sistema d’identità che si realizza attraverso il divenire, la trasformazione.

Time Line. Una riprogrammazione di pensieri e ricordi.

Che altro siamo noi se non un cumulo di ricordi? Per anni, gli psicologi hanno convenuto che le nostre esperienze passate determinano effettivamente chi siamo e come agiamo (sebbene ultimamente la questione dei ricordi sia passata in secondo piano, perché gli psicologi non hanno capito cosa farne né come agire su di essi). I ricordi vengono registrati e immagazzinati a mano a mano che cresciamo, e col tempo acquistano un’influenza sempre maggiore.

La nostra Time Line è la codificazione della memoria fatta dal cervello, è il modo in cui le persone codificano e immagazzinano i loro ricordi. Altrimenti come riconoscereste la differenza tra un ricordo del passato e un sogno del futuro? Con la scoperta della Time Line abbiamo la possibilità e per la prima volta, di modificare un numero significativo di ricordi di una persona in un breve lasso di tempo. Naturalmente cambiare un numero considerevole di ricordi in una persona avrà un impatto sulla sua personalità.”

Da: Tad James e Wyatt Woodsmall, Time Line. La ristrutturazione dell’esperienza con la programmazione neurolinguistica, Astrolabio, 1988

Ricordare è come spremere un frutto.

"La forza del godere e quella del ricordare sono interdipendenti.
Godere è spremere un frutto in tutta la dolcezza del suo succo, senza residui.
E ricordo è l’arte non solo di trattenere ciò che un tempo si è goduto,
ma di dare forma a piaceri sempre più puri".

Da: Bilderbuch, Gesammelte Werke vol VI, pp 185 ss. Riportato in: Hermann Hesse, La felicità. Versi e pensieri, Oscar Mondadori, 2002

Cosa è la memoria?

Da parte mia, mi meraviglio ancora di più della memoria. Allora, cosa ci permette di ricordare, che carattere ha, o qual è la sua origine? … Pensiamo che ci sia… una specie di recipiente nel quale possono essere versate come in un invaso le cose che ricordiamo? O pensiamo che… la memoria consista nei resti delle cose registrate nella mente? Quali possono essere i resti delle parole, degli oggetti reali, quale potrebbe essere l’enorme spazio necessario per la rappresentazione di una tale quantità di materiale?

Cicerone

L’amore ai tempi del colera.

Le splendide storie raramente si traducono in buoni film. È una regola confermata, purtroppo, anche dal film L’amore ai tempi del colera del regista Mike Newell. Grande produzione, splendide scenografie, buona musica, attori belli. Rimane in secondo piano la storia, tenera e delicata, di un amore che sa aspettare tutta una vita per potersi compiere. E quando arriverà il suo tempo, anche se durerà lo spazio residuo di una vita vissuta altrove, sarà intenso e pieno come un frutto di cui è giunto il momento.

Quella raccontata da Gabriel Garcia Marquez è una storia della memoria. La memoria che talvolta trattiene a discapito dell’evidenza e anche della volontà, incapace di dimenticare, persino quando l’oblio sarebbe l’unica cosa capace di placare il cuore e l’anima. Nelle pagine di Marquez, questa incapacità di oblio emerge commuovendo e ricordando tutti quei momenti – della vita di ognuno – che si arpionano da qualche parte e resistono a qualsiasi tentativo di espungerli per liberarsene. La memoria è immaginazione, un piccolo scrigno che conserva tanto quello che è stato, quanto quello che avremmo voluto fosse o avrebbe potuto essere. I personaggi un po’ irreali – e forse per questo tanto veri – di Marquez camminano nella vita portando con sé lo scrigno che viene aperto quando meno ce lo aspettiamo, dimostrando a noi – desiderosi di grandi amori ma raramente capaci di viverli – che a volte un minuto vale una vita e che non è mai troppo tardi.

L’oblio, primo dono di Prometeo agli uomini.

Ricordare sembra un’attività positiva, auspicabile, da favorire (e potenziare) sempre e comunque. Sapere e ricordare è meglio. Sarà davvero così? Nel caso dei traumi, l’oblio è un meccanismo psicologico che ci tutela da conoscenze talmente difficili e pesanti da risultare talora proprio insopportabili. La nostra mente, dunque, le avvolge con un velo di oblio e preserva la nostra salute mentale inducendoci ad una ignoranza che ci consente la sopravvivenza.
E’ la funzione preservante e positiva dell’oblio che ricaviamo anche alla mitologia greca. L’oblio è un dono che Prometeo fa agli uomini, prima ancora di dar loro il fuoco e di ammaestrarli nella techne e nelle arti. Nel “Prometeo incatenato” di Eschilo, il protagonista dice “spensi all’uomo la vista della morte” e la Corifea chiede “che farmaco trovasti a questo male?” Lui risponde”seminai la speranza che non vede”. Prima di Prometeo, gli uomini alla vista della morte subìta erano scettici e simili a larve di sogni; passavano il tempo abitando sotto la terra non rallegrati dal sole, in antri profondi. Per restituirli alla vita, Prometeo ha regalato loro una speranza che – per definizione – non vede, un oblio che (probabilmente) sa e finge di non sapere. Un oblio che assomiglia alla capacità di giocare un gioco sapendo che è un gioco ma fingendo insieme che non lo sia.

Come si fa a valorizzare di più la memoria?

"Come si fa a valorizzare di più la memoria? Il modo più naturale per cominciare è di decidere che argomento interessa veramente (poesia, alta cucina, la storia della guerra di Secessione o il baseball) e mettersi a fare attenzione ai fatti e alle cifre importanti della materia prescelta. Con una buona conoscenza si impara a distinguere che cosa vale la pena di ricordare e che cosa no. A questo punto è importante rendersi conto che non si dovrebbe pensare di “dover” assimilare una sfilza di fatti, che esiste una serie giusta da ricordare. Se uno decide quello che “gli” piacerebbe custodire nella sua memoria, le informazioni sono sotto il suo controllo e tutto quanto il processo di imparare a memoria diventerà un compito gradevole invece di una routine noiosa e faticosa imposta dall’esterno… è straordinario che senso di controllo dà sapere di avere sempre sottomano le poesie o i fatti che si preferiscono. Però, dopo averli accomunati nella memoria, questo senso di padronanza, o meglio di unione con la materia ricordata, diventa ancora più intenso.
Beninteso, c’è sempre il pericolo che la persona che padroneggia un campo di informazioni lo usi rendendosi spaventosamente noiosa. Conosciamo tutti delle persone che non sanno resistere alla tentazione di sfoggiare la loro memoria. Ma di solito questo succede quando hanno imparato a memoria qualcosa solo per fare colpo sugli altri. È meno facile diventare noiosi quando la motivazione è intrinseca e c’è un interesse autentico per la materia e un desiderio di controllare la coscienza invece che di controllare l’ambiente".

Da: Mihaly Csikszentmihalyi, La corrente della vita. La psicologia del benessere interiore, Frassinelli, 1992 (è la traduzione dell’opera Flow)
Foto: Courtesy of Flickr (http://www.flickr.com/photos/robindude/237906468/)

Parlate o scegliete, o miei ricordi!

Considero infatti la nostra memoria quale un elemento che non conserva casualmente l’una cosa per perdere fortuitamente l’altra, bensì come un’energia ordinatrice e saggiamente eliminatrice.

Tutto quanto si dimentica della propria esistenza era già da un pezzo condannato per istinto ad essere dimenticato. Solo ciò che vuol conservarsi può aspirare ad essere conservato per gli altri.

Parlate e scegliete dunque, o miei ricordi, al posto mio, e date almeno il riflesso della mia vita, prima che essa scenda nel buio!


Da: Stefan Zweig, Il mondo di ieri, Mondadori, 1954

La memoria per gli antichi egizi.

Il primo storico e storiografo di tutti i tempi, Erodoto, ci riporta alcune curiose annotazioni su quanto si sapeva allora della memoria nella cultura dell’Egitto dei faraoni. I sacerdoti egiziani erano orgogliosi depositari della memoria del tempo: si dice conservassero la memoria di 341 generazioni precedenti, pari a circa 11.000 anni. Non nascondevano grande disapprovazione e sprezzante superiorità nei confronti dei greci, alle cui genealogie bastavano sedici generazioni per giungere all’inizio dei tempi.

Per la cultura egiziana, la memoria è garanzia di immobilità e staticità: nulla è cambiato dalla notte dei tempi. Ricordare e confrontare passato e presente è il modo migliore per impedire cambiamenti sociali e culturali, tuttaltro che auspicati e favoriti. Il sistema deve essere mantenuto immobile, le norme ereditate dai padri del passato sono legge di Ra, pertanto perfette. Nulla può essere migliorato e pertanto nulla ha senso di essere cambiato.

L’edificio immenso del ricordo.

Quando di un remoto passato non sopravvive niente,
dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose,
più fragili, ma più vivaci,
più immateriali, più persistenti, più fedeli,
solo l’odore e il sapore restano ancora a lungo
come anime che ricordano, aspettano, sperano,
sulla rovina di tutto il resto, che portano senza piegarsi,
sulla loro gocciolina quasi impalpabile,
l’edificio immenso del ricordo.

Marcel Proust, La strada di Swann

Quel che resta. L'importanza della memoria

I giorni se ne vanno io rimango”. Il passato non è qualcosa che mi sottrae dal presente per lamentarsene e tenergli il broncio. Appartiene all’istante che sto vivendo. Gli dà spessore. I miei ricordi non suscitano in me rimpianto, ma stupore e gratitudine. Mi è stato dato molto più di quanto meritassi, a tal punto che a volte domando se non dovrei restituire ciò che mi è stato accordato indebitamente. Continuo a lustrare quegli istanti perfetti. La loro dolcezza aumenta. Quando mi capita di attraversare un brutto periodo, posso sempre andarli a cercare nel granaio della memoria. Forse, un giorno, non avrò più fiato per salire la scala che mi porta fin lassù. In mancanza di queste sementi, sarà come danzare con la pancia vuota davanti a una credenza chiusa a doppia mandata.

L’autentica e patetica lacerazione avverrà quando non ci saranno più le persone con le quali posso chiacchierare dei nostri cari scomparsi. Le mie parole, le mie evocazioni si perderanno nel deserto e allora saprò di essere irrimediabilmente solo.
Ma non sono solo su questa terra. Il mondo continua a parlarmi, a farmi arrivare messaggi odorosi, sonori, a volte tattili. Per strada mi faccio largo, mi urtano o mi cedono il passo. Accade che qualcuno risponda al mio sorriso con un altro sorriso. Questa mattina scherzavo con una cassiera di un piccolo supermercato. Lei mi risponde gentilmente: “Non mi meni per il naso!” Menare per il naso è un’espressione che pensavo non si usasse più e sono affascinato che a pronunciarla sia una ragazza. Mentre cammino affaccendato per il mercato, un giovane che conosco appena, un po’ brillo, dal mestiere dubbio, mi apostrofa così: “La furia di esistere, in uno come lei, mi sbalordisce”. Che bella frase pronunciata da un individuo che credevo insignificante!

Non sono solo. Sulla panchina di un giardino pubblico incontro alcuni compagni di sventura, o meglio di vecchiaia, ammesso che questa costituisca una forma di sventura. Chiacchieriamo. Quando manca loro un compagno per formare un terzetto, chiedono la mia collaborazione. Perdonano la mia goffaggine: mi piace tirare, ma è più facile che colpisca le mie bocce che quelle degli avversari. Per simpatia, indosso volentieri, come loro, un piccolo casco, ma è davvero strano sulla mia coda di cavallo!

La mia curiosità del futuro è rimasta intatta. Secondo me, è più ricca che in passato. La musica, la pittura, l’architettura hanno imboccato strade nuove. Credo di scoprire, al tempo stesso, minacce e promesse. Stiamo saccheggiando il nostro pianeta: quale a poco a poco, di avere degli obblighi nei confronti degli altri continenti. Una simile storia meriterebbe che io assistessi al suo avvento. In un certo senso, la nostra società e la nostra terra sono più belle che mai.

Pierre Sansot, Quel che resta. L’importanza della memoria, Tropea, 2008

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Il secolo che sta volgendo al termine è stato dominato dagli acidi nucleici e dalle proteine. Il prossimo si concentrerà sulla memoria e sul desiderio. Sarà in grado di rispondere alle domande che questi temi sollevano?
François, Jacob, Il topo, la mosca e l’uomo (1998)