Avevo la netta impressione di aver sistemato ogni cosa. Ho lasciato l'auto nel parcheggio dell'azienda e sono uscita senza voltarmi indietro. È difficile immaginarlo, lo so, ma in quell'istante non sono stata neppur lontanamente sfiorata dal pensiero che Bryce potesse essere rimasto nel suo seggiolino in macchina. Quel giorno non ho avuto un attimo di tregua. La babysitter deve aver pensato che Bryce fosse rimasto a casa, sapendo che era stato poco bene. Abbiamo tentato, tutte e due, di telefonarci a più riprese, ma le linee erano occupate. Quando alla fine ci siamo parlate, la babysitter mi ha chiesto, «Come sta Bryce?». Non capivo. Ho risposto: «Come sarebbe a dire? Il bambino è da te». Ma lei ha ripetuto, «Lyn, non è qui da me. Non me l'hai portato stamattina».
Sono tornata alla macchina correndo come una pazza. Ripassavo mentalmente il tragitto verso l'ufficio. Ricordavo di aver consegnato Bryce alla babysitter, di averle parlato. Si chiamano «ricordi falsi»: quando ripeti un'azione quotidianamente, ti ricordi di averla compiuta, anche se così non è. Sono stata colta dal panico, non riuscivo a capacitarmi dell'accaduto. Il solo pensiero che avessi dimenticato mio figlio in macchina mi toglieva il respiro. Ero sconvolta, e speravo, se il piccolo era effettivamente rimasto chiuso nell'auto, di trovarlo stanco, bagnato, affamato, ma niente di più grave.
Solo quando sono arrivata alla macchina e l'ho visto mi sono ricordata com'erano andate realmente le cose. Non lo avevo consegnato alla babysitter. Bryce era nel suo seggiolino, il faccino un po' arrossato. Aveva gli occhi chiusi, non dava segni di vita. Sembrava un bambolotto. Mi sono messa a urlare. L'ho estratto dall'auto e ho cercato di praticargli la respirazione bocca a bocca, poi ho gridato cercando aiuto, chiedendo a qualcuno di chiamare un'ambulanza. Ma lo sapevo che era morto.
Avrei fatto qualunque cosa per essere io al suo posto. Come faccio a dirlo a Jarrett, mio marito, pensavo, come faccio a dirgli che ho ucciso nostro figlio? Che l'ho dimenticato in macchina e che è morto? Come potrà mai perdonarmi?
Era stata una giornata mite, ma all'interno della vettura la temperatura era molto più elevata, sfiorava i 43 gradi. Bryce era morto di ipertermia, il cosiddetto colpo di calore. Speravo, invano, che si sarebbe risvegliato. Ed è questo il pensiero che più mi tormenta: lo rivedevo sveglio, affamato, che mi cercava, e io non c'ero.
Quando Jarrett è arrivato in ospedale, ero fuori di me dal dolore. Gli ho chiesto scusa. Lui si è messo a urlare, Ma quando anche lui ha capito, non mi ha più accusato. Anzi, mi ha sostenuta da quel momento in poi, persino quando sono stata accusata di omicidio colposo, maltrattamenti e abbandono di minore, imputazione poi ridotta a omicidio preterintenzionale. Il processo è stato un vero trauma. Ero di nuovo incinta e la mia vita era appesa a un filo. Quello che più di tormentava era il pensiero di dover lasciare la mia famiglia per scontare la pena in carcere: abbandonare mio marito, un altro figlio di 14 anni, era per me un dolore insopportabile. Alla fine, la giuria popolare ha decretato che si era trattato di un tragico incidente.
Mi sono sentita dire che mai più avrei dovuto mettere al mondo altri figli. La gente non capisce come succedono queste disgrazie, non immagina che possano capitare a chiunque, come le statistiche confermano. L'anno scorso, circa 49 bambini sono morti per un colpo di calore, in America, dimenticati in macchina dai loro genitori. È successo al figlio di un poliziotto, di un'assistente sociale, di uno scienziato.
Dalla morte di Bryce ho avuto altri tre figli. Certo, sono terrorizzata al pensiero di ripetere quello sbaglio. Ma non accetto che quanto è accaduto debba metter fine alla mia vita e annientarmi. Ho sbagliato, lo so, ma voglio continuare a vivere.
Lyn Balfour
(testo raccolto da Sophie Haydock © Guardian News & Media 2012 Traduzione di Rita Baldassarre)
Il testo originale e integrale e' pubblicato su Corriere della Sera del 23 gennaio 2012
Falsi ricordi di bambini dimenticati: una mamma racconta
Il mito dell'Alzheimer
Anche se noi tutti tendiamo a perdere gradualmente alcune funzioni cognitive man mano che invecchiamo, questo libro vuole dimostrare che non esiste una “malattia di Alzheimer” che si impadronisce di anziane vittime o che erode la nostra personalità. Qualora dovessimo ricevere un’etichetta di malattia di alzheimer o di "mci" (mild cognitive impairment, si tratta di uno stadio che per gli studiosi precede quello di demenza, ndr) dovremmo ricordare che il declino cognitivo non segue un’unica traiettoria né procede attraverso una serie di tappe obbligate. Questa non è una semplice disquisizione semantica sui termini “malattia di alzheimer” e “senilità”. Gli scienziati non concordano ancora su che cosa sia veramente l’Alzheimer. Come vedremo, si tratta di una malattia priva di una definizione chiara; non c’è consenso unanime sul modo di differenziare con certezza questa malattia dal normale invecchiamento, tanto che ogni diagnosi può essere solo “possibile” o “probabile”, e ogni singolo caso ha un decorso individuale e imprevedibile. Le terapie attualmente disponibili non sono efficaci e quando si parla di “cura” ci si basa sulla fede nella scienza e non su un’analisi accurata dei dati scientifici. Una cosa però la sappiamo: la malattia di alzheimer è diventata un’impresa multimiliardaria e l’etichetta di ad (=malattia di alzheimer) viene in gran parte promossa dalle aziende farmaceutiche e da alcuni illustri accademici. Questi e altri soggetti sfruttano da un punto di vista imprenditoriale la rappresentazione iperbolica dell’ad per focalizzare l’interesse sulla demenza, massimizzare il sostegno alla ricerca e tenere in piedi l’impero clinico che è stato costruito intorno all’alzheimer. La storia medicalizzata dell’ad genera paura, paranoia, angoscia ed emarginazione evocando immagini potenti, che condizionano i malati e la società. Una diagnosi di ad può corrispondere all’emissione di una sentenza che imprigiona nel braccio della morte intellettuale molte persone anziane che sono ancora in buone condizioni funzionali. Nel tentativo di rimuovere dal decadimento cognitivo quel senso di disonore che vi si associa, utilizzando un’etichetta che potesse assolvere gli individui da ogni colpa, abbiamo invece peggiorato l’ostracismo che i pazienti subiscono. Le parole che scegliamo per descrivere le malattie possono essere nocive da un punto di vista sia personale sia sociale.
Tratto integralmente da un libro che merita una lettura attenta e stimola alla riflessione: PETER WHITEHOUSE, Il mito dell’Alzheimer. Quello che non sai sulla malattia più temuta del nostro tempo, CAIROEDITORE, 2011, pag. 24
Usa la testa o finirai per perderla.
Contrariamente a quanto normalmente crede la maggior parte di noi, la memoria non invecchia come il resto del corpo. Certo si registra un certo declino con l'avanzare dell'età, ma non così grave da implicare problemi seri per la nostra vita, a patto però che si resti fisicamente ed emozionalmente sani. La maggior parte dei problemi legati alla perdita della memoria durante l'invecchiamento sono, infatti, dovuti all'inattività o alla mancanza di esercizio mentale. Come gli altri organi del corpo, il cervello si atrofizza se non viene usato. Molti studi in letteratura medica indicano nella continua stimolazione della nostra mente la chiave per mantenere vive le cellule cerebrali, per allontanare la perdita della memoria e forse anche per prevenire le forme di demenza senile.
A confermare questo corpus d'analisi arriva adesso un nuovo studio dei ricercatori della Mayo Clinic di Rochester, Minnesota, che hanno monitorato le abitudini di 197 soggetti compresi fra i 70 e gli 89 anni di età che lamentavano problemi a livello cognitivo o a cui era stato diagnosticato una perdita della memoria e di 1.124 soggetti della stessa età che invece non presentavano problemi di questo tipo. Ai partecipanti è stato chiesto di ricostruire una loro giornata tipo oggi e una loro giornata tipo di vent'anni prima, quanto avevano una età fra i 50 e i 65 anni.
I risultati hanno mostrato come i soggetti che avevano e hanno l'abitudine di leggere un libro ogni tanto, di usare il computer, di giocare o di praticare uno sport oppure di coltivare qualche hobby, come la ceramica o il cucito, hanno da un 30 a un 50 per cento di rischio in meno di sviluppare forme di perdita della memoria rispetto a coloro che non praticano nessuna di queste attività. Non solo, i soggetti che guardano la televisione per meno di sette ore al giorno hanno il 50 per cento di rischi in meno rispetto a coloro che passano più di sette ore davanti a uno schermo. Paradossalmente, però, se anche le ore passate davanti alla televisione sono poche, ma sono consecutive, il rischio di avere problemi di memoria torna a salire.
Inoltre, i soggetti che avevano l'abitudine di leggere usualmente riviste e di avere una vita sociale attiva durante la mezza età hanno un buon 40 per cento in meno di predisposizione ai problemi mnemonici rispetto ai loro pari età che non svolgevano queste pratiche. Al di là dello status e del contesto socio-culturale, ciascuno di noi può e deve mettersi sempre in gioco, sfidando se stesso, leggendo molto e prendendosi sempre cura dei propri affari, grandi o piccoli. Imparare un nuovo hobby, apprendere una lingua, scoprire dei nuovi giochi sono tutte cose che possono tenere in esercizio la mente. Gli scienziati, quasi tutti ormai, sono assolutamente convinti che queste attività mentali possono stimolare il nostro cervello e incrementare le nostre riserve cognitive e quindi le capacità del nostro cervello di superare o compensare gli squilibri causati da, eventuali, forme di demenza. In conclusione: usa la testa o finirai per perderla!
Fonte: HealthNews on-line (http://it.healthnews.com/salute-della-famiglia/invecchiamento)
Archiviare bene per ricordare meglio.
E' possibile aiutare la nostra memoria lavorando sul modo in cui archiviamo le informazioni.
Ecco un esempio: se chiedo a una persona "Il pomodoro è un attrezzo di cucina?" questa dovrà prestare attenzione al significato della parola -e quindi operare una codificazione semantica-, ma questa sua strategia non migliorerà il ricordo di quella parola quando a distanza di tempo gli chiederò se la parola "pomodoro" era nella lista che abbiamo scorso precedentemente. Se invece gli chiedo: "Il pomodoro è più molle di una prugna?" oppure "Hai mai fatto un sugo di pomodoro?" la memorizzazione è molto più efficace in quanto ho spinto quella persona a collocare un ricordo nell'ambito di un sistema di riferimento.
La codificazione elaborata non funziona perché "vogliamo" ricordare qualcosa, cioè siamo disposti a compiere uno sforzo, ma perché compiamo associazioni mentali e confrontiamo le nuove esperienze con quelle preesistenti. Uno studente che vuole migliorare la propria memoria di un argomento di scienze o di storia non ha successo se si limita a studiare e ripetere ma se interpreta ciò che deve ricordare: si pone domande, confronta, fa una scaletta delle sequenze logiche, inventa metafore, traccia analogie ecc.
Ricordare nuove informazioni comporta un vero e proprio lavoro attraverso cui inseriamo le novità nel contesto delle conoscenze esistenti e ristrutturiamo ciò che già conosciamo alla luce delle novità.
Foto: courtesy of Flickr (http://www.flickr.com/photos/_art/15278075/)
Sinistro e destro: quale è l'emisfero della memoria?
I due emisferi cerebrali codificano diversi tipi di memorie: le informazioni e memorie di tipo semantico (verbali) vengono decodificate dall'emisfero temporale medio e dall'ippocampo sinistro mentre le memorie e informazioni visive e spaziali coinvolgono analoghe strutture dell'emisfero destro e parte della corteccia frontale.
Il riconoscimento acustico di suoni conosciuti e le memorie musicali coinvolgono invece soprattutto l'emisfero occipitale destro. Questo spiega perché nelle persone in cui si verifica un'amnesia totale debbano essere necessariamente danneggiate le strutture del lobo temporale mediale e dell'ippocampo dei due emisferi, mentre i casi più lievi possono dipendere da lesioni più circoscritte e da un lato solo del cervello.
La maggior parte delle persone (circa il 60%) sono dotate di una buona memoria visiva, le altre (circa il 40%) di una miglior memoria verbale. Le prime dipendono in maggiore misura dall'emisfero destro del cervello: esse sono quindi più capaci di visualizzare i volti umani, mentre le seconde sono più in grado di rappresentare e descrivere col linguaggio in quanto sono dominate da un maggior ruolo dell'emisfero sinistro, responsabile delle funzioni linguistiche. Gli esercizi di visualizzazione servono a potenziare le capacità dell'emisfero destro.
Basta lamentarsi. Studiando, si impara e si migliorano memoria ed efficienza ;- )
Oggi che la tecnologia mette a nostra disposizione memorie virtuali di ogni tipo (da quella del cellulare al personal computer fino agli itinerari stradali suggeriti dai navigatori gps), sembra diventato inutile usare la nostra di memoria. In realtà la memoria umana va sviluppata ed allenata, anche oggi che sembra superflua, perchè serve a rafforzare il cervello e a mantenersi giovani. La memoria è strettamente legata all’intelligenza ed alla creatività, ed il suo incremento consente di accedere più velocemente alle informazioni, e di effettuare un maggior numero di associazioni mentali.
La memoria è anche identità. Noi siamo ciò che ricordiamo: i luoghi, le persone, gli episodi e le emozioni vissute costituiscono la nostra esistenza. Per capire l’importanza del ricordare, basti pensare a chi soffre di Alzheimer e di qualsiasi altra malattia che distrugge la memoria. Perdono gradualmente anche la propria vita, i ricordi e l’identità personale.
Ma come si fa a mantenere sveglio il cervello e a sviluppare la facoltà di memorizzare dati? Ecco alcune curiosità e qualche stratagemma per rafforzare ed espandere la vostra memoria:
1) Come i bambini sono tenuti a memorizzare i tempi verbali e le tabelline a scuola, così anche gli adulti possono lavorare con parole e numeri per sviluppare la memorizzazione. Ecco un esercizio semplice da fare: scrivete su un foglio una serie di numeri scelti a caso, partendo con una serie da cinque cifre ed arrivando gradualmente a nove. Ripetete senza guardare la serie scritta al ritmo di un numero al secondo, fin quando non sarete in grado di ripetere senza errori tutte e nove le cifre. Passate poi a serie di dieci numeri, undici numeri e così via, fin quando non raggiungete il vostro limite personale di capacità di memoria.
Ripetete poi gli stessi numeri, ma questa volta al contrario. L’esercizio dovrà poi essere ripetuto utilizzando parole, piuttosto che numeri.
2) Scrivete su un foglio quattro parole e dedicatevi ad altre attività per 5 minuti, al termine dei quali verificherete se ricordate le parole scritte. Aumentate gradualmente il tempo di intervallo a 10 minuti, poi ad un quarto d’ora fino ad arrivare a mezzora di pausa. Aumentate gradualmente l’elenco di parole da 4 a 10.
Altro esercizio consiste nel guardare un programma televisivo e verificare poi quante scene riuscite a riascoltare nella vostra mente.
3) Fate molti giochi che stimolino il cervello e la logica, ma non fissatevi sempre sullo stesso. Così come in palestra non si usano sempre gli stessi attrezzi così bisogna allenare la memoria con strumenti diversi. Sudoku, cruciverba, griglie logiche, rebus, anagrammi, enigmi, sono validi stimolatori della memoria, basta alternarli e non fissarsi solo su un gioco preciso.
Fonte: http://www.medicinalive.com/psicologia-e-medicina-della-mente/
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Perdita di memoria e demenza: sono la stessa cosa?
La malattia di Alzheimer rappresenta circa il 65% di tutti casi di demenza, che possono derivare anche da lesioni vascolari cerebrali (demenza vascolare e mista) e da specifiche malattie neurologiche, quali la demenza frontotemporale, la paralisi sopranucleare progressiva, la corea di Huntington, la degenerazione cortico-basale, la malattia con corpi di Lewy, la Parkinson-demenza, oltre che da altre svariate forme di demenza secondaria potenzialmente regredibili con la cura dell'affezione di base.
L'Alzheimer Association degli USA ha pubblicato un elenco dei principali sintomi premonitori della malattia (fase d'esordio) per aiutare i familiari a riconoscere la forma morbosa al suo stadio iniziale e, quindi, a potersi rivolgere per tempo al medico curante ( e per suo tramite alle unità specialistiche) con il vantaggio di contrastare fin dall'inizio il decorso della demenza con i vari tipi d'intervento e di supporto psicologico che oggi conosciamo.
Uno dei disturbi più frequenti in questa fase (e nelle successive) è rappresentato dalla perdita di memoria, che si presenta in modo più grave di quanto si possa osservare nelle persone sane, e da una certa difficoltà anche nello svolgere le più comuni attività della vita quotidiana. Il malato può andare incontro inoltre ( in tempi susseguenti ) a problemi di linguaggio ed essere spesso disorientato nel tempo e nello spazio, al punto da non ricordare il giorno della settimana e da non essere in grado, talvolta, di ritrovare la propria abitazione, dopo essere uscito di casa. Finisce poi col presentare inoltre difficoltà nel pensiero astratto e perde quindi la capacità di eseguire un calcolo aritmetico, colloca in modo inappropriato gli oggetti di casa e va soggetto a cambiamenti dell'umore e del comportamento, mostra una personalità che propende a modificarsi in modo molto evidente e denota in particolare una notevole mancanza d'iniziativa per il proprio lavoro, l'attività domestica e gli obblighi sociali. Il soggetto tende ad essere passivo, apatico ed evidenzia spesso segni di depressione.
La diagnosi della malattia di Alzheimer può essere quindi presunta, già in una fase iniziale, sulla base dell'anamnesi raccolta con l'aiuto di familiari e conoscenti, vale a dire l'unica fonte possibile d'informazioni che ci permette di ricuperare dati sul deficit cognitivo e sulla gravità del declino funzionale riguardanti il paziente.
Negli stadi seguenti e, in particolare, nella fase intermedia di malattia, che si manifesta di solito dopo 2-3 anni dall'esordio dei primi sintomi, il livello di attività si riduce progressivamente e, di conseguenza, aumenta necessariamente la richiesta di assistenza.
In questa fase peggiora ulteriormente la memoria recente, ma si deteriora anche la capacità di rievocare gli avvenimenti più lontani della vita, facoltà questa che all'inizio si era mantenuta integra. Scade anche il ragionamento e la capacità di comprensione, fino a che il paziente non risulta più in grado nemmeno di leggere e scrivere. Il malato è maggiormente disorientato nel tempo e nello spazio e non è più in condizione, come si è detto, di uscire di casa senza accompagnamento. A differenza della fase iniziale ora diventa spesso ansioso, aggressivo ed irritabile, sino ad arrivare a stati di grave agitazione e finanche alla aggressività fisica.
Possono manifestarsi in esso anche credenze immaginarie di tipo delirante, come ad esempio la convinzione che gli siano stati rubati oggetti di valore o che stia per essere segregato ed abbandonato. Possono essere abituali pure le errate identificazioni dei familiari, spesso scambiati per estranei e lestofanti. Questa fase intermedia può avere una durata variabile che può prolungarsi dai 3 ai 10 anni.
Nella terza fase di malattia, quella più avanzata, il malato diventa sempre più subalterno ed i sintomi dominanti, ai quali ovviamente non può essere essere attribuito il valore diagnostico di quelli premonitori dello stadio iniziale, sono ormai talmente progrediti da comprendere la perdita del linguaggio e della memoria, le allucinazioni e i disturbi gravi del comportamento, la difficoltà a deambulare e l'allettamento conseguente.
E' evidente che una diagnosi precoce della malattia permette sia l'inizio di un puntuale trattamento con i farmaci che si dimostrano attivi soprattutto nelle fasi iniziali ( Sherwin BB. Mild cognitive impairment: potential pharmacological treatment options. J Am Geriatr Soc 48: 431- 441, 2000 ), sia di ottenere, nel contempo, risultati sicuramente positivi, con interventi riabilitativi sul paziente, che si traducono generalmente in ripercussioni favorevoli anche a vantaggio del caregiver.
Memoria e menopausa.
La memoria e l’apprendimento subiscono un colpo durante la menopausa, ma il deficit spesso è solo temporaneo. E' quanto emerge da una nuova ricerca, pubblicata su Neurology, che rivela come la capacità di apprendimento ritorni all'inizio della post-menopausa.
La ricerca si è basata sull’osservazione della velocità di elaborazione, memoria verbale e memoria funzionale in 2.362 donne tra i 45 e 57 anni, seguite per più di quattro anni. Le valutazioni sono state effettuate nel corso delle quattro fasi di transizione: premenopausa (periodi mestruali normali); prima perimenopausa (alcune irregolarità, ma che non durano a lungo); tarda perimenopausa (mancanza del ciclo per 3-11 mesi); postmenopausa (senza il ciclo per un anno).
E' emerso che le donne tra il periodo iniziale di premenopausa e durante l’immediato ingresso in menopausa fornivano prestazioni cognitive diverse dal periodo dell’intera menopausa. Ma sorprendetemente il funzionamento cognitivo in realtà non subiva un declino in ogni gruppo. In realtà anzi, migliorava in tutti i gruppi. Ma le donne in tarda perimenopausa dimostravano meno velocità di elaborazione rispetto alle donne negli altri tre fasi.
Fonte: [Health24]
Una fonte di energia per la memoria.
Quando non ricordiamo qualcosa, è facile cadere nella tentazione di considerare il nostro cervello un po’ come un telefonino scarico.
E se fosse possibile ricaricarlo, come si fa con una batteria o una pila?
Sembra proprio che quella che sembra un’utopia di ere virtuali sia invece destinata a diventare realtà. Potremo ridare vita e linfa al nostro cervello, migliorando le capacità cognitive e di memoria con delle piccole e semplici scosse elettriche, opportunamente calibrate.
Si tratta di una nuova tecnica messa a punto da Alberto Priori direttore del Centro di ricerca per le neuronanotecnologie e la neurostimolazione dell’Irccs Ospedale Maggiore Policlinico, Mangiagalli e Regina Elena di Milano. Stimolare attraverso la cute il cervello con piccole scosse elettriche servirebbe a potenziare la memoria e le capacità di reazione cerebrali.
Fonte: riportato integralmente da http://www.medicinalive.com/medicina-tradizionale/
nuove-frontiere/ricaricare-il-cervello-come-fosse-un-telefonino/
Foto: Flickr (www.flickr.com/photos/airosan/2484048996/)
Il cambiamento attiva la memoria.
La vita abitudinaria tende a impigrire le capacità mentali. Le novità stimolano la nostra mente e ravvivano il nostro spirito. Il professor Lawrence C. Katz – psicologo cognitivo americano e grande esperto di memoria – consiglia di apportare frequenti e continui cambiamenti alla propria vita: modificare la disposizione dei mobili in casa, seguire un tragitto diverso per recarsi al lavoro, indossare l’orologio sull’altro polso, fare dei viaggi o visitare posti nuovi.
Variare le proprio abitudini amplia il repertorio dei possibili percorsi e aumenta l’estensione e le connessioni interne della nostra rete neuronale. Questo rappresenta una condizione utile per una maggiore capacità di associazione, per una creatività vivace e una maggiore flessibilità nel modo di pensare.
Foto: courtesy of Flickr (http://www.flickr.com/photos/marcomancini/2358293322/)
La memoria delle mamme è tutta per il bebè!
La gravidanza non rende le donne smemorate: il mito che il cervello delle signore in gravidanza subisca una perdita di colpi è stato sfatato da uno studio condotto dai ricercatori dell`Australian National University guidati da Helen Christensen. La ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati sul British Journal of Psychiatry, è stata condotta su 1.241 donne di età compresa tra i 20 e i 24 anni: e dai risultati non sono emersi cambiamenti significativi nella memoria e nell`agilità mentale delle donne in dolce attesa.
Gli scienziati hanno scoperto che la memoria delle donne non subisce deficit durante la gravidanza: "Il problema è che i manuali di gravidanza affermano che le donne possono andare incontro a problemi di memoria e di concentrazione - spiega Christensen -. Per questo le donne e i loro partner sono pronti ad attribuire alla gestazione ogni piccola dimenticanza".
Quello che capita, in realtà, "è che le donne incinte spostano la loro attenzione dalle questioni di lavoro a quelle che riguardano la gravidanza e la nascita del bimbo, e può capitare che quindi si `distraggano` rispetto alle mansioni lavorative e ordinarie - conclude Christensen -. Tuttavia, questo spostamento del focus attenzionale è adattivo, e certamente non può essere etichettato come `deficit cognitivo` come è stato fatto finora".
Fonte: Il Sole 24 ore
La ricerca: The British Journal of Psychiatry (2010) 196: 126-132. doi: 10.1192/bjp.bp.109.068635
Foto: http://www.flickr.com/photos/hoffpauir/2323412156/
La memoria ha bisogno di denti puliti (ma sarà vero? mah...;-)
Lavarsi i denti potrebbe aiutare 'a ricordare', almeno le persone un po' piu' in la' con gli anni: infatti il cattivo stato di salute della bocca sembra associato a problemi cognitivi, di memoria e di ragionamento negli adulti. Lo dimostra uno studio di James Noble del Columbia College of Physicians and Surgeons a New York City. Pubblicato sul Journal of Neurology, Neurosurgery, and Psychiatry, lo studio e' stato condotto su 2300 persone di 60 anni o piu'. Gli esperti hanno controllato lo stato di salute della loro bocca e li hanno sottoposti a test cognitivi e di memoria. E' emerso che gli adulti con una bocca piu' trascurata, con gengivite e perodontite, hanno anche piu' problemi cognitivi e di memoria. In precedenti studi la salute orale e' stata legata a malattie cardiovascolari, diabete e Alzheimer; questo studio, quindi, va a sommarsi a una serie di dati che legano la salute orale a quella di altre parti del corpo, in particolare il cervello. Un motivo in piu', quindi, per avere una buona igiene orale e andare dal dentista ogni tanto, concludono gli esperti.
Notizia: ANSA on line, 13 nov 2009
Foto: http://www.flickr.com/photos/dcsejpal/2138831766/
Droga e memoria: pessima accoppiata.
Problemi di memoria legati all'uso frequente di ketamina. A svelare gli effetti del consumo massiccio di questa sostanza - ribattezzata 'Special K' e nata come anestetico, capace di indurre allucinazioni ed esperienze 'extra-corporee' - usata in occasione di party, rave o feste in discoteca, sono i ricercatori dell'University College di Londra (GB). L'equipe ha condotto una serie di test di memoria e psicologici su 120 persone, scoprendo che chi prende spesso ketamina fatica a ricordare nomi, conversazioni e altri dettagli.
Precedenti studi avevano dimostrato che la sostanza può causare problemi ai reni e alla vescica. Ora, come si legge su Addiction, i ricercatori hanno scoperto che chi fa uso frequente di ketamina totalizza punteggi significativamente peggiori nei test di memoria, facendo anche il doppio degli errori rispetto agli altri. E la performance cala ancora a distanza di un anno. Non solo, sembra che in generale tutte le persone che assumono ketamina abbiano credenze insolite, ad esempio tendano a sviluppare teorie di complotti. "L'uso di ketamina è cresciuto più rapidamente rispetto ad altre droghe in Gran Bretagna, in particolare fra i giovani, e questa sostanza - sottolinea Celia Morgan, responsabile della ricerca - è diventata una 'club drug' di tendenza. Molti dei giovani che ne fanno uso, però, non si rendono conto degli effetti dannosi e del fatto che può creare dipendenza. Dobbiamo assicurarci - dice alla Bbc online - che questi consumatori siano informati delle conseguenze potenzialmente negative di un pesante uso della ketamina".
Articolo tratto da ADNKronos Salute online.
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Ridi che (non) ti passa!
Ridere è un antidoto semplice e alla portata di tutti per rinforzare la memoria... e non solo. L'allegria, infatti, fa affluire più sangue al cervello, acuisce i sensi, stimola la creatività e aumenta le possibilità di acquisire nuove informazioni.
Se volete ricordare qualcosa (una lista di cose da fare oppure un discorso o la pagina di un libro) provate a fare ogni mezz'ora una pausa e in quei momenti dedicatevi a qualcosa che vi fa sorridere: una vignetta, una barzelletta, una smorfia da fare davanti allo specchio.
Sembra che il sorriso sia ancora più efficace, sulla memoria, se è condiviso: la creatività e l'allegria riaccendono il cervello e lo ricaricano, rendendo più probabile e facile l'apprendimento e la memorizzazione.
Da non sottovalutare, infine, il potere del sorriso contro la depressione (uno stato mentale che davvero non è amico della memoria). Una raccolta di fumetti, racconti umoristici, video divertenti possono essere un vero toccasana per un umore depresso. E, come hanno dimostrato numerosi studi, se l'umore migliora, aumenta anche la nostra memoria.
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Depressione e memoria.
Le emozioni possono "canalizzare" le memorie, nel senso che non soltanto le rendono più o meno forti e pervasive ma anche che ne sottolineano alcuni aspetti, non necessariamente i più obiettivi e rilevanti. Le emozioni, inoltre, danno una particolare coloritura ai ricordi facendo sì che essi abbiano un aspetto prevalentemente positivo, come avviene nelle persone ottimiste, oppure negativo, come invece avviene nei depressi: questi ultimi, se devono memorizzare una lista di parole, ricordano di più quelle dotate di una valenza negativa (infelicità, tristezza, incidente ecc.) rispetto a quelle con valenza positiva (sorriso, gioia, vincita al gioco ecc.).
La situazione è invece opposta nel caso degli ottimisti.
La memoria visiva e come funziona.
Gli psicologi hanno studiato i legami che esistono tra percezioni visive, immagini visive e memoria partendo da un fenomeno a tutti ben noto, quello della persona "nota ma sconosciuta". Immaginate per un momento di trovarvi in un aeroporto o in una stazione o semplicemente per strada: in mezzo alla folla individuate il viso di una persona che vi è nota ma che non riuscite ad identificare. Sapete di conoscerla ma vi sfugge chi sia. E' una conoscenza casuale, una persona incontrata anni addietro, un negoziante, uno dei tanti personaggi minori della televisione? La vostra mente si trova in una situazione conflittuale: ha identificato nel suo archivio un volto noto, ha cioè rintracciato una memoria, ma non sa a chi esso corrisponda, non sa attribuirle un nome o una collocazione.
Questa dissociazione tra il riconoscere e il ricordare dipende dalla maggior sensibilità del nostro cervello ai messaggi visivi che possono lasciarvi stabili tracce, anche senza dar luogo alla pienezza del ricordo, senza implicare la capacità di riconoscere quanto è noto. Eppure, malgrado questa incapacità di riconoscere quel volto, prestiamo fede alla nostra vista e riteniamo che il ricordo visivo sia veritiero, che ci parli di una reale memoria. La memoria dei sensi ha la meglio sulla capacità della mente di arrivare a riconoscere e contestualizzare il ricordo. Infatti gli stimoli visivi che vengono colti dai nostri occhi e inviati alla corteccia visiva (la parte del cervello che corrisponde all'occipite che li decodifica e traduce in immagini della realtà) hanno una presa notevole sulla nostra mente. Essi ci dicono che ciò che vediamo è un evento "vero", un'esperienza del mondo reale cui dobbiamo prestare fede perché ne siamo stati testimoni in diretta: come San Tommaso crediamo a ciò che vediamo, tocchiamo, gustiamo, odoriamo.
Percezioni visive e immagini mentali si verificano nelle stesse aree della corteccia cerebral:e la stessa corteccia occipitale che percepisce la realtà visiva produce immagini mentali, una sorta di fotogramma della realtà che ne fissa alcuni aspetti cui prestiamo attenzione. La differenza tra l'immagine che percepiamo e la relativa immagine visiva dipende dai meccanismi di filtro del nostro cervello che presta attenzione ad alcuni aspetti di una scena, trascurandone altri o rielaborandoli sulla base di precedenti esperienze. Ma il fatto che anche le immagini visive siano prodotte e depositate nella stessa parte del cervello che decodifica gli stimoli visivi dà loro notevole potere, tant'è che gran parte della dimensione soggettiva delle nostre memorie corrisponde ad immagini visive. Se poi attraverso le nostre fantasticherie o attraverso le immagini che provengono dai media vengono "create" false immagini mentali, queste possono assurgere al rango di memorie e farci ritenere che la fantasia corrisponda alla realtà.
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Dimmi chi erano i Beatles e cosa ti ricordano...
Quale è il potere della musica sulla memoria e come avviene il richiamo di ricordi (musicali) piacevoli da parte del nostro cervello? Sta cercando di capirlo un gruppo di ricercatori dell'università britannica di Leeds in uno studio che coinvolgerà quasi settanta diverse nazioni e che utilizzerà anche la rete per raccogliere opinioni e testimonianze. Chi vuole collaborare a questa grande ricerca, infatti, può collegarsi al sito www.magicalmisterytour.com e scrivere quali sono le proprie memorie legate a... i Beatles. Saranno infatti i quattro favolosi quattro di Liverpool, o meglio la loro musica, a rappresentare il fil-rouge della ricerca. Non a caso: da Imagine a All we need is love, le canzoni dei Beatles sono associate a memorie autobiografiche (personali) fortemente connotative nella storia di molti di noi.
"Sarà il primo vero studio in grado di documentare gli effetti della musica nel richiamare i ricordi sepolti dal passato" sostiene la psicologa cognitiva Catriona Morrison, che coordina la ricerca. I primi risultati hanno già evidenziato che "le canzoni si legano quasi sempre a eventi positivi. In alcuni casi bastano poche note per richiamare immagini, odori e sensazioni "in maniera molto vivida". Un effetto che supera i confini dell'età, visto che il meccanismo acchiappa-ricordi è stato osservato sia in ragazzi di 17 anni che in anziani di quasi 90 primavere. Non solo: la musica produce lo stesso risultato sia negli uomini che nelle donne. "Finora - ha ricordato Morrison - si dava per assodato che le difficoltà nel ricordare un evento fossero frutto di un difetto di immagazzinamento del ricordo stesso, messo al 'posto sbagliato'.
Ma già dai dati preliminari della ricerca in corso possiamo confutare questa spiegazione. La capacità della musica di evocare fatti e sensazioni anche molto lontani - aggiunge - fa invece pensare che dietro ai difetti della memoria ci sia un cortocircuito nel meccanismo di ripescaggio". Uno dei misteri da risolvere è capire perché certe canzoni siano maggiormente in grado di far tornare indietro nel tempo le lancette della nostra vita.
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Più memoria con internet!
Effettuare ricerche su Internet potrebbe aiutare le persone adulte e anziane a tenere in esercizio la propria memoria. E' quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori della University of California Los Angeles, in cui è stato monitorata l'attività celebrale dei soggetti durante la navigazione sul web. "Quel che abbiamo riscontrato - dice il prof. Gary Small, responsabile dell'esperimento - è che le persone che hanno esperienza di Internet usano una parte maggiore del proprio cervello nel corso della ricerca. Questo lascia supporre che il solo fatto di far ricerca su Internet possa allenare il cervello, lo tenga attivo e in salute".
Lo studio, pubblicato sul prestigioso American Journal of Geriatric Psychiatry, è stato realizzato su 24 soggetti tra i 55 e i 76 anni senza debilitazioni cognitive. La metà aveva esperienza su Internet, l'altra metà no. "Abbiamo osservato - conclude Small - che nel fare ricerca su Internet il cervello è molto stimolato: ma solo nel gruppo che usa abitualmente Internet".
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Giornata della memoria.
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
(Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947)
La gingko biloba non protegge dalla demenza.
La gingko biloba, purtroppo, non rappresenta un fattore di protezione contro il rischio di demenza. La ricerca pubblicata su Neurology, (l’organo ufficiale dell’Accademia Americana di Neurologia) è stata condotta, per tre anni, da un gruppo di ricerca del dipartimento di salute pubblica e dal centro di ricerca per l’Healthy Aging dell’Oregon State University, capitanato da Hiroko Dodge.
Il campione di studio era composto da 118 anziani ultraottantacinqueenni senza problemi di memoria: alla metà di loro sono state somministrate, ogni giorno, tre pastiglie di estratto di ginkgo biloba, mentre all’altra metà del campione un placebo (pastiglie senza alcun principio attivo). Al termine della ricerca i dati non hanno riscontrato alcuna correlazione significativa tra l’assunzione di gingko e una riduzione del rischio di patologie invalidanti la memoria (mild cognitive impairment o demenza). Al contrario, è stata riscontrata una maggiore incidenza di problemi circolatori (lievi attacchi ischemici) nel gruppo che ha assunto gingko biloba.
Questo studio – come ha sottolineato il dott. Dodge –richiede comunque di essere allargato ed approfondito per una ulteriore conferma dei risultati.
Fonte: American Academy of Neurology (2008, March 1). Does Gingko Biloba Affect Memory?
Fonte: ScienceDaily. Does Gingko Biloba Affect Memory? March 7, 2008,
Fonte: Neurology (online issue, February 27, 2008)
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