Lifelogging. Il complesso rapporto tra memoria, oggetti ed identità.

La digitalizzazione porta alla virtualizzazione delle memorie: i nuovi strumenti tecnologici ci invitano ad un processo di trasferimento delle nostre memorie personali (foto, video, conversazioni audio e testuali, corrispondenza email, eccetera) a memorie digitali. E noi, come reagiamo?

Ne discuteva, su Nova24 di ieri, Luca Chittaro nel lungo articolo Il bello è che non si vede. Per Chitarro non stiamo assistendo ad una sostituzione di memorie, bensì ad una loro moltiplicazione: accanto alle memorie digitali, rimangono gli oggetti di ricordo dai quali sembra proprio che non riusciamo a separarci. Lo attestano le ricerche che Daniela Petrelli sta conducendo presso l’università di Sheffield.

In realtà, difficile pensare si tratti (solo) di un caso di diffidenza o timore nei confronti della tecnologia. Il rapporto tra l’uomo e gli oggetti è estremamente complesso, come hanno ribadito le belle riflessioni fatte in passato da Hannah Arendt, Mihaly Csikzentmihalyi e Mary Douglas. Gli oggetti non hanno solo una funzione di rimando evocativo, ma plasmano il nostro mondo e il nostro sé. Come scriveva la Arendt, nel bellissimo quarto capitolo del suo La condizione umana noi viviamo in un pianeta (plasmato dalle forze naturali) e in un mondo (plasmato dagli artefatti creati dall’uomo). Senza il mondo, l’uomo sarebbe immerso nel mutevole divenire senza riferimenti o ancoraggi del pianeta: non sarebbe possibile alcun tipo di oggettività, né di soggettività.

Dal punto di vista sperimentale lo hanno verificato, negli anni settanta del secolo scorso, Csikzentmihalyi e Rochberg-Halton, mappando accuratamente gli oggetti di 315 case di Chicago e intervistandone le rispettive famiglie. Loro obiettivo: indagare il rapporto tra persone, case e cose. Alla fine del lavoro, i due ricercatori hanno concluso che la nostra identità (personale e sociale) è plasmata dalle cose di cui ci circondiamo. Gli oggetti non hanno solo una funzione (di evocazione, di uso o altro), ma prima ancora rappresentano la cornice della nostra esperienza e in questo modo contribuiscono a definirla e a definirci. Certo gli oggetti sono privi di intenzionalità, ma questo non significa che siano neutri: disporre di un oggetto, ci cambia. Nel classico esempio di Bateson, nel caso di un uomo cieco e del suo bastone, dove “termina” l’uomo e dove inizia il mondo esterno? Il suo bastone fa parte dell’uomo (in quanto sua estensione sensoriale) o fa parte del mondo? Nell’esempio, più estremo ancora, che fa Csikzentmihalyi, opponendosi vigorosamente ai produttori di armi, un uomo con un’arma è “differente” da uno che ne è privo. Perché, come sottolineava Mary Douglas, i beni possono anche essere neutri, “ma i loro usi sono sociali: possono essere utilizzati come barriere o come ponti”, sia nei confronti dell’esterno, che del proprio sé.

Per approfondimenti: Mihaly Csikszentmihalyi e Eugene Rochberg-Halton, The meaning of things. Domestic symbols and the self, Cambridge University Press, NY, 1981; Mary Douglas, Baron Isherwood, Il mondo delle cose. Oggetti, valori, consumo. Il Mulino, 1984

Foto: courtesy of Flickr (http://www.flickr.com/photos/bettybl/367513775/). E' una delle 54.322 foto archiviate in flickr alla voce: what's in my bag (right now)

Il secolo che sta volgendo al termine è stato dominato dagli acidi nucleici e dalle proteine. Il prossimo si concentrerà sulla memoria e sul desiderio. Sarà in grado di rispondere alle domande che questi temi sollevano?
François, Jacob, Il topo, la mosca e l’uomo (1998)