Il griot, il custode della memoria africana

I griot e le griottes (la versione femminile del griot) sono i cantastorie dell’Africa Occidentale. Sono poeti e cantori che tramandano i miti e rappresentano la memoria collettiva delle popolazioni africane. Custodiscono la saggezza delle generazioni passate, ma non si limitano a ricordare e tramandare fatti e tradizioni: ne evidenziano i punti salienti, li legano al presente, li interpretano e tessono storie. A seconda dell’occasione e dell’uditorio, costruiscono spettacoli attingendo alle loro fonti che spaziano dalla storia alla cosmogonia, dalla genealogia alla mitologia. Spesso usano strumenti musicali (i più usati sono la kora, il balano, la m’bira e il djambè).

Non si diventa griot, ma si nasce. Bisogna appartenere ad una famiglia e ad una casta specifica, che da generazioni trasferisce le conoscenze e i saperi di padre in figlio. È una responsabilità, un onore ed un onere. Sono temuti (si riteneva in passato avessero capacità divinatorie e magiche) e rispettati. In passato hanno avuto un ruolo strategico come consiglieri delle famiglie regnanti e come intermediari tra queste e la popolazione, di mediatori con il mondo esterno (le altre tribù), di interpreti ed ambasciatori rispetto al mondo civilizzato. Sono fieri portatori di saperi e di misteri, per i quali ricevono un’istruzione articolata su una decina di livelli (ognuno richiede circa sette anni di apprendistato), uno per ogni fase della vita. Un griot è un uomo dedicato alla memoria: alla sua personale (per rafforzarla ed affinarla) e a quella della sua gente: deve ricordare le storie di tutte le famiglie. È importante ricordare che per.molte tribù africane, l’unico modo per rendere tollerabile la nostra natura mortale è preservare il retaggio e la comunità, la memoria collettiva. Quando nasce un bambino, lo si osserva attentamente per capire a quale dei suoi antenati appartiene, quale ricorda in termini di lineamenti e carattere. Se non assomiglia a nessuno, si va dal griot per chiedere chi è il bambino. Ricostruire le proprie origini e radici è essenziale. Come recita un proverbio nigeriano “da stirpe maligna discende colui che non sa da dove è venuto”. Elogiare una persona, significa collegarla ai suoi avi o a un animale di cui sembra incarnare le caratteristiche o a un luogo che gli ha dato i natali e alle persone che vi abitano. Essere un nodo di una grande rete è l’unica maniera per esistere.

I griot non sono solo i poeti della storia, ma fanno parte della storia dell’Africa. La più antica testimonianza storica di questa figura risale al dodicesimo secolo, nel Regno del Mali (comprendeva Ciad, Niger fino a Mali e Senegal): la leggenda vuole che il vecchio imperatore, prima di morire, offrisse al giovane figlio un griot (Balla Fassèké Kouyatè) quale consigliere e sostegno. I discendenti di Balla Fassèké sono vivi e ancora oggi esercitano questa professione, che certo con il tempo si è trasformata, arricchendosi di tecniche teatrali e musicali: l’aspetto artistico oggi prevale su quello più prettamente culturale-storico. Non è raro oggi vederli in festival teatrali e musicali e nelle occasioni pubbliche e private che sanciscono passaggi o cambiamenti importanti nella società come matrimoni, battesimi, funerali. Questo fenomeno è tanto più evidenti nelle regioni rurali e nelle piccole e medie città.

Per approfondimenti: consiglio di leggere alcuni romanzieri africani che hanno ritratto in maniera suggestiva la figura del griot, evidenziandone luci ed ombre, soprattutto Dani Kouyaté (Keita. L'eredità del griot), Ahmadou Kourouma, Amadou Hampaté e Ousmane Sembène.
Foto: courtesy of Flickr: griot cieco: http://www.flickr.com/photos/7147468@N02/2221685106/;

Il secolo che sta volgendo al termine è stato dominato dagli acidi nucleici e dalle proteine. Il prossimo si concentrerà sulla memoria e sul desiderio. Sarà in grado di rispondere alle domande che questi temi sollevano?
François, Jacob, Il topo, la mosca e l’uomo (1998)