La cultura? Un pacchettino che va e viene. Basta essere attenti.

“Insegnare significa mettere dentro nel soggetto ciò che non c’è. È quanto accade con la spiegazione: l’azione di colui che sa una cosa e la espone all’altro che la capisce e la può memorizzare”. Si esprime in questi termini su City di ieri (martedì 18 marzo, a pag. 3) Vittorino Andreoli in una rubrica dal titolo Buoni Sentimenti.

Sembra, a sentire Andreoli, che l’attenzione sia la condizione indispensabile per capire. “Basta essere chiari nella esposizione e saper ottenere l’attenzione dell’ascoltatore”. Semplice: non importa (precisa esplicitamente l’Autore) il rapporto o la relazione specifica tra emittente e ricevente, si tratta solo di dati che si spostano da un punto A ad un punto B, purché vi sia “chiarezza” da parte del primo polo e “attenzione” da parte del secondo.

E’ una concezione della formazione che può essere fatta risalire ai greci. Platone coniò per primo l’immagine della tavoletta di cera: la nostra mente è un contenitore vuoto ma predisposto a raccogliere informazioni e a fissarle nella cera. Altra immagine interessante e alternativa è quella dell’imbuto di Norimberga: uno studente immobilizzato ad opera di un insegnante intento a versargli nel cervello, tramite un imbuto, il fluido del sapere. È il modello di informazione riaffermato qualche decennio fa dai teorici dell’informazione: emittente, ricevente, feedback, ridondanza, eccetera eccetera.

Ma – mi chiedo, sperando che nell’articolo ci sia un’ironia sottile che non riesco a leggere (ma non c’è, temo proprio non ci sia, nessun meta-messaggio che aiuti a punteggiare in questo modo la comunicazione) – come può uno psichiatra manifestare una posizione così antiquata, inadeguata ed ingenua? Avranno lavorato a vuoto schiere di psicologi, scienziati e formatori, persino filosofi, che ci hanno messo – noi riottosi – davanti all’evidenza che proprio non funziona così. Primo, il cervello non è tabula rasa, mai, neanche quando si è bimbi in fasce. Secondo, nemmeno l’informazione passa in questo modo ipersemplificato da A a B, stante chiarezza ed attenzione, vogliamo mettere l’insegnamento? Non è possibile trascurare l’analisi dei soggetti (le loro conoscenze pregresse, nonché quelle implicite). Terzo, non possiamo ignorare il ruolo del loro rapporto (non si tratta solo di attenzione, ma anche di credibilità, interesse, emozione, potere per citare solo alcune dimensioni in gioco). Quarto, è ingenuo trascurare il ruolo del contesto (è davvero la stessa cosa se un’informazione la sento a scuola, in ufficio o sul tram?). Quinto: se per memorizzare bastasse capire, saremmo tutti molto felici, pur se immobilizzati da un cervello incapace di agire. Avrebbe decisamente troppi dati da elaborare e le nostre azioni sarebbero progressivamente più lente e faticose. Ma non c’è problema: finché avremo persone che continuano a pensare che insegnare significa passarci pacchettini di bit, il nostro cervello – grande saggio – saprà come gestirli.

Il secolo che sta volgendo al termine è stato dominato dagli acidi nucleici e dalle proteine. Il prossimo si concentrerà sulla memoria e sul desiderio. Sarà in grado di rispondere alle domande che questi temi sollevano?
François, Jacob, Il topo, la mosca e l’uomo (1998)