Perché mi interesso di memoria…

Questione personale, probabilmente di nessun interesse, lo dico con pudore. Ma ieri una persona che stimo mi ha fatto notare che si manca di coraggio, sul web, se non ci si espone personalmente. Fare un blog senza mettere qualcosa di sé sembra sia poco corretto e poco trasparente. C’è della verità in queste parole, ci sto pensando su. L’assenza di nomi e facce o meglio la possibilità di esistere senza nomi e facce, data da internet, la trovo straordinariamente potente ed interessante: per questo ho citato quella lettera di Calvino, nelle mie note personali. Esistere non come intenzione ma come azione è una forma più matura di esistenza, trovo. Se noi tutti smettessimo di parlare tanto e ci dessimo da fare per metterci alla prova, forse verrebbero ridotti gli ego smisurati che stanno crescendo in una società di veline e di grandi fratelli, in cui gli altri esistono solo per farci da pubblico e da specchio. Ma questa è ovviamente un’opinione personale.

Ciononostante, to whom it may concern, spiego da cosa mi deriva l’interesse per la memoria. Penso ci siano almeno tre motivazioni (saltando quelle psicologistiche e del profondo, belle per farci notte davanti ad un caminetto acceso ma superflue in tutti gli altri casi).
La prima ragione riguarda la crescita, l’evoluzione, il senso stesso della vita (non solo metafisicamente parlando, ma anche su un piano biologico e fisico). Senza memoria non c’è apprendimento e quindi non c’è movimento, né crescita, né evoluzione o involuzione, senza memoria non c’è vita. Alcuni studiosi (orientali) di oggi parlano della demenza di Alzheimer come della forma più alta di esistenza possibile, perché l’Alzheimer cancella la memoria e quindi costringe a vivere nel presente e il presente. Ovviamente è un paradosso per (tentare di) ridare dignità ad una patologia che sembra privarcene completamente. Anche se il tentativo è nobile e l’intenzione buona (ma come diceva Bateson, a che servono in fondo le buone intenzioni o la buona volontà?), non mi sembra che vivere il presente sia possibile se non abbiamo la possibilità di farci o esserci. E la coscienza richiede memoria, qualcuno dice che la coscienza è la nostra memoria. Mi trovo d’accordo. La memoria ha due dimensioni: una legata al passato, una legata al futuro. Noi oggi siamo come siamo perché abbiamo avuto un passato fatto di certe esperienze che ha costruito il nostro mondo e che ci orienta in alcune direzioni e non in altre. Delle infinite variazioni e possibilità dell’esistenza, noi siamo questa variazione e non un’altra in virtù di quello che abbiamo (o non abbiamo) vissuto, le sliding doors della vita (alcune consapevoli, molte altre inconsapevoli ed implicite). Si potrebbe qui analizzare il discorso da un punto di vista biologico e sinaptico (Joseph LeDoux l’ha fatto in maniera a mio giudizio mirabile) oppure da uno più prettamente relazionale (Bowlby, Sanders, Fonagy, Siegel ed altri studiosi hanno chiarito molto di come avvenga la nostra individuazione o crescita). Più che riallacciarmi alle basi teoriche, mi preme sottolineare un punto. Il fatto che noi siamo la nostra memoria, non significa che da questa siamo determinati o che a questa siamo limitati: cambiare, sono convinta, si può. Ma non con le parole: l’esperienza si cambia con l’esperienza, facendo, essendo, maturando nuova competenza e nuova memoria.

Qui entriamo nella seconda ragione del mio interesse per la memoria, che riguarda non solo il singolo individuo, ma anche la specie e la società. Noi – persone del ventunesimo secolo, nate o cresciute in Europa – siamo quel che siamo anche perché facciamo parte di una società che ci ha plasmati in un certo modo. La memoria collettiva, sociale, culturale determina il nostro essere non meno di quanto lo fa la nostra storia individuale. Nasciamo e cresciamo in relazione con altri e senza gli altri non esistiamo. Esiste una memoria esplicita (la storia della società) ed una implicita (chiamiamola in termini junghiani archetipica) della nostra appartenenza, che ci definisce e ci implica. In passato il confronto con le culture diverse era avventuroso: esperienza riservata agli antropologi che, piccoli esploratori, andavano nei mondi altri, per scoprire qualcosa (di sé e delle società “diverse”). Oggi non serve più andare lontano: l’altro è in “casa nostra”, il confronto è continuo, diretto, inclemente, la crescita è forzata e a volte forzosa (per alcuni). Stiamo tessendo una narrazione comune che ingloba chi siamo noi e chi sono gli altri, impariamo a convivere per dimostrarci che non è necessario avere paura, stiamo costruendo una memoria di esperienze e di conoscenze comuni. Si cresce, più o meno come fanno gli animali, annusandosi in un territorio che si fa via via più ristretto, studiandosi reciprocamente, dividendo il cibo e le reciproche competenze, infine imparando a spulciarci a vicenda.

La terza ragione del mio interesse per la memoria è legato più da vicino alla storia della nostra cultura. Come hanno evidenziato e scritto Frances Yates e Paolo Rossi (con il quale ho avuto l’onore di studiare, tanti anni fa, all’Università di Firenze), uno dei caposaldi della nostra cultura è quell’arte della memoria, a lungo osteggiata e derisa (dal Rinascimento fino alla pedagogia attuale), che unisce Simonide, Aristotele, Cicerone a Leibniz, Bacone e alla rivoluzione scientifica dei Seicento. Oggi sembra puerile ed inutile pensare a tutti gli sforzi fatti nel corso dei secoli per rafforzare la propria memoria, la costruzione di architetture talmente ricche di dettagli da far temere che tutto stia su per miracolo, in fragile attesa del crollo che chiuderebbe finalmente la parentesi aperta da Simonide, certo inconsapevole di quello che stava per compiere, per lui e per tutti i secoli a venire. Noi, oggi, esseri evoluti, non abbiamo più bisogno della memoria. Tutt’al più, ci basta avere una buona RAM e sapere in quale disco esterno abbiamo appoggiato le altre conoscenze. Ma è proprio così, davvero è possibile staccare la forma dalla materia? Il pensiero è davvero solo una forma elastica di astrazione rispetto alle cose, un piano “meta”, e non è anche, in qualche modo, determinato dal suo contenuto? Sapere cosa e sapere come, le neuroscienze ci insegnano, sono funzioni di diverse aree del cervello, indipendenti ed autonome (come dimostrano i casi di lesioni cerebrali). La partita sembrerebbe chiusa, l’arte della memoria ha esaurito il suo compito. Personalmente, non lo credo. Mi piacciono le parole con cui Robert J. Sternberg ha chiuso un recente convegno sulla memoria dedicato ad Elvin Tulving: “Human Intelligence: a case study of how more and more research can lead us to know less and less about a psychological phenomenon, until finally we know much less than we did before we started doing research” (tradotto più o meno maccheronicamente: l’intelligenza umana (e la memoria) è la dimostrazione di come un numero sempre maggiore di ricerche ci porti a conoscere sempre meno su un fenomeno psicologico, fino al punto in cui ci accorgiamo che siamo arrivati a conoscere molto meno di quanto ne sapevamo prima di iniziare la ricerca).

Il secolo che sta volgendo al termine è stato dominato dagli acidi nucleici e dalle proteine. Il prossimo si concentrerà sulla memoria e sul desiderio. Sarà in grado di rispondere alle domande che questi temi sollevano?
François, Jacob, Il topo, la mosca e l’uomo (1998)