Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco.

Nel nostro sistema scolastico, la memoria è stata a lungo (e forse lo è ancora) dissociata dalla comprensione. Per lunghi anni, gli allievi sono stati invitati a non studiare a memoria, bensì ad applicarsi per “capire” il senso delle cose. Come se la memoria servisse solo come contenitore passivo, amorfo, privo di connessioni semantiche e di comprensione. Di fatto, non è così e questa impostazione ha generato coorti di studenti prive di qualsiasi appiglio: perché purtroppo i concetti e i dati non usati vengono progressivamente cancellati dalla memoria, anche se quando li abbiamo appresi ci sembravano così evidenti, chiari, autoesplicativi che li pensavamo acquisiti per sempre.
Di fatto, quello che è assimilato potenzialmente “per sempre” (o meglio: anche indipendentemente dal richiamo e da una continua ripetizione) è la dimensione legata all’attività, al fare, cioè alla memoria procedurale. I processi cerebrali attivati per imparare a fare qualcosa sono infatti diversi e coinvolgono aree cerebrali diverse rispetto all’apprendimento semantico (memoria dichiarativa), queste ultime caratterizzate da maggiore labilità. Questo comporta – per rifarci al sapere comune – che una volta che hai imparato ad andare in bicicletta, difficilmente te ne dimenticherai. Il proverbio “impara un’arte e mettila da parte” contiene una parte di verità: il fare è un bagaglio di sapere su cui puoi contare con maggiore sicurezza.

Dal punto di vista pratico, questo può e deve suggerirti alcune strategie mirate per lo studio. Se devi imparare qualcosa, cerca di legarlo quanto più riesci ad una competenza pratica, ad un “fare”. Ti faccio un esempio. Per superare le mie difficoltà di memorizzazione di tutti gli elementi del cervello e delle relative interconnessioni e funzioni, mi sono armata di “dash” (ma può trattarsi anche di creta, cartapesta o qualsiasi altro materiale plasmabile) e mi sono costruita un modellino di cervello: dal tronco encefalico (cervelletto, talamo ed ipotalamo), alle parti interne (gangli della base, ippocampo e amigdala), fino alla corteccia ben suddivisa per colore (lobi frontali, temporali, occipitale). Credici sulla parola, averlo costruito con le mie mani, oltre a fornirmi di uno strumento utile per il ripasso e lo studio, ha gratificato la mia creatività e mi ha fatto davvero entrare nella logica costitutiva dell’encefalo. Avevano ragione John Dewey, grande pedagogo che teorizzò l’importanza della sperimentazione all’interno delle scuola americane (il cosiddetto learning by doing) ed anche Bruno Munari, che soleva ripetere a tutti i bambini “se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”.

Il secolo che sta volgendo al termine è stato dominato dagli acidi nucleici e dalle proteine. Il prossimo si concentrerà sulla memoria e sul desiderio. Sarà in grado di rispondere alle domande che questi temi sollevano?
François, Jacob, Il topo, la mosca e l’uomo (1998)