La smemoratezza senile benigna.

Un nome lungo, delicato, per designare un disordine che non inizia necessariamente con l’età senile e non è del tutto benigno. In alcuni casi (rari!), la smemoratezza senile benigna inizia verso i quaranta anni e diventa più pronunciata via via che il tempo passa. Gli inglesi, amanti degli acronimi, la chiamano semplicemente BSF (benign senile forgetfulness).

Gli ultimi studi sembrano confermare che la smemoratezza senile benigna è un deficit di memoria associato al danno dell’ippocampo ed è caratterizzata dalla inabilità a formare ricordi a lungo termine. Con l’invecchiamento, nell’ippocampo si verifica una perdita delle sinapsi che rilasciano dopamina e quindi compaiono le difficoltà nell’apprendere (e a trattenere oltre un intervallo breve). Per questo, per esempio, un anziano può conoscere una persona ad una cena o percorrere un tragitto e il giorno dopo dimenticarsene assolutamente il nome o la strada percorsa. Esperimenti condotti, da parecchi anni, sui topi hanno dimostrato che queste perdite di memoria possono essere ripristinate somministrando farmaci che ri-attivano i recettori della dopamina. La ricerca è molto attiva su questo fronte per verificare la possibilità di utilizzare questi farmaci anche sull’uomo.

Approfondimenti: Eric Kandel, Alla ricerca della memoria, Codice, 2007

Il secolo che sta volgendo al termine è stato dominato dagli acidi nucleici e dalle proteine. Il prossimo si concentrerà sulla memoria e sul desiderio. Sarà in grado di rispondere alle domande che questi temi sollevano?
François, Jacob, Il topo, la mosca e l’uomo (1998)